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sabato 12 dicembre 2015

Come un gatto che si morde la coda

Siamo tutti indottrinati e manipolati, ma la verità dove sta?
Il condizionamento dei nostri cervelli è tale da non rendercene più conto, crediamo che le nostre scelte siano motivate e consapevoli, ma  proprio a questa decisione potremmo essere stati abilmente condotti.
Le informazioni e l'esperienza sono la base della conoscenza insieme all'utilizzo di un buon senso critico, ma - per assurdo -  l'incessante bombardamento d'informazioni contraddittorie che subiamo attualmente provoca l'effetto contrario ossia rende impossibile la formulazione di  un'opinione duratura e fondata,  vengono minate le basi delle credenze più radicate senza permetterci di sostituirle con altre fondamenta.
Quotidianamente vengono fornite notizie  smentite sistematicamente il giorno dopo.
Come si fa a mantenere il libero arbitrio, a conservare un pensiero svincolato ed elastico? 
Il cervello assimila un'educazione  derivante anche dalla cultura e dall'ambiente circostante.
Il termine "educazione", dal latino "e" (fuori) + "duco" (conduco), generalmente inteso - nella sua accezione positiva - come stimolo all'esternazione e allo sviluppo di ciò che già sta dentro di noi , in realtà può rivelarsi come  forma di violenza inconsapevole.
L'educazione si basa su abitudini derivanti da culture millenarie di popoli che possono essere essenzialmente molto diverse e anche in netto contrasto. 
Può produrre regole e insegnamenti a volte discutibili cui un giovane cervello rimane assoggettato incapace di soggettivare e discriminare. 
Possono scatenarsi moti di ribellione, ma più probabilmente si verifica una sorta di catecumenizzazione e l'acquisizione di  questi dogmi quali inoppugnabili certezze.
Anche un' educazione che prevedesse il disprezzo della vita umana potrebbe essere considerata normale da chi non ha conosciuto altro.
Quindi l'educazione e la cultura non sempre rendono liberi?
Abbiamo tutti la stessa religione, quella dei nostri genitori.
Anche la cultura cattolica, al pari di altre culture,  ha favorito e prodotto condizionamenti che hanno portato moltitudini di “fedeli" a perpetuarne le  ideologie indipendentemente dall'essere convinti del loro valore.
Una  fede sincera e matura è di aiuto a tutti, ma la fede può diventare la scorciatoia per individui abituati a subire  e che non volendo o non potendo operare scelte autonome   decidano semplicemente di affidarsi a ciò che altri hanno scelto per loro.
Nel  periodo storico attuale stiamo vivendo una forte crisi dei valori, manca qualcosa in cui credere ed è percepibile da tutti il senso di angoscia che ne deriva, ma affidarsi “ciecamente” a qualcosa per riempire questo vuoto può  diventare pericoloso.
Come facciamo a prendere posizioni veramente consapevoli?
Obiettivamente non possiamo essere a conoscenza dei fatti in prima persona, avere la competenza su ogni argomento e dovremmo pertanto poterci affidare a qualcuno.
Questo presupposto che sta alla base per lo sviluppo di una società in quanto la collaborazione crea progresso è stato incrinato; sono diventate complicate persino  le scelte più banali.
Una volta si diceva: "facile come bere un caffè", oggi può risultare difficile pure quello!
Le informazioni divulgate da fonti scientifiche e sulle quali indirizzavamo spesso le nostre scelte, risultano essere destabilizzanti perché si susseguono incessanti, ma assolutamente contradditorie di giorno in giorno.
Come è possibile che  dopo anni e anni di ricerche gli studiosi divulghino risultati assolutamente divergenti l'uno a distanza di solo  pochi giorni dall'altro?
Questa disillusione nei confronti dell'informazione  porta ad interessarci sempre meno o a mettere in dubbio tutto provocando apatia o ipercriticismo che non ci permete di risalire la china in cui siamo affondati.
Insieme al crollo dell'economia stiamo infatti vivendo anche un periodo di regressione rispetto ai diritti sociali conquistati dopo tanti anni di lotte appassionate. La democrazia sta perdendo valore e questo accade perchè si smettere di pretendere giustizia.
Il mio dubbio è che la confusione generale nella quale stiamo vivendo sia stata stata creata ad hoc per "educarci" a sopportare tutto e aprire il varco all'avvento di un nuovo autoritarismo antidemocratico.
E' vero che i concetti di bene, vero, bello e buono di per sè non rivestono un significato assoluto ed ognuno è libero di avere la propria concezione, ma se alla parola "bene" viene aggiunta la parola "comune" la soggettività perde la sua valenza e si può arrivare alla sostanza - il bene della collettività - che non è un'astrazione ma una realtà. 
Per arrivare a questo, siamo sempre punto da capo, ci vogliono cervelli liberi e tanta, tanta onestà.

Rileggendo alcune mie poesie ho trovato che queste che ritengo essere in sintonia con l'argomento, se volete leggerle cliccate i link qui sotto:
http://www.cuoredisasso.it/2013/12/liberta-di-pensare.html
http://www.cuoredisasso.it/2015/02/sei-tu.html
http://www.cuoredisasso.it/2015/05/aria.html

venerdì 3 aprile 2015

A favore del per favore

Piacenza
tranquilla cittadina
un poco borghese e un po' contadina
i passerotti alla mattina
ti svegliavano con i loro cip cip ...
ora le cornacchie rincorrono i gabbiani
e si contendono il cibo
rovistando fra immondizia e carcasse
Mi sveglio la mattina
e sono già stanca
Mi sveglio la mattina
sono già stanca
e mi vergogno
di essere stanca
Troppe persone soffrono
milioni di persone hanno fame
tanta fame da non riuscire a dormire
o tanta fame da dormire per sempre
Mi sveglio la mattina
e sono stanca
non per un esagerato sforzo fisico
non per gravi motivi personali
Sono sfinita dalla consapevolezza
la consapevolezza di vedere chiaramente
ed essere impotente
Siamo tutte persone apparentemente civili
apparentemente democratiche
Apparentemente
camminiamo tranquillamente
fra l' immondizia della strada
l’incuria
il menefreghismo
e la totale indifferenza
Forse l'aver di fronte gravi problemi sociali
più grandi di noi
ci fa sottovalutare l'importanza delle piccole cose
delle piccole cose belle
delle piccole cose buone?
Parole come grazie, prego, permesso, scusami
non sono più nel nostro linguaggio comune
non esiste forma
non esiste galateo
Certo la forma può sembrare superflua
ma senza la forma il contenuto a volte si disperde
si dissolve e perde la sua sostanza nutriente
Quali sono le cose importanti?
Forse dovremmo ripartire
prima di tutto
dall'educazione
le piccole, banali, semplici regole dell'educazione
Educazione dimenticata
educazione scaratata
educazione superflua
Ripartire dall'educazione elementare
del buongiorno e del buonasera
quella del salute e del grazie
quella che cede il posto a chi ne ha più bisogno
che si accorge di chi ha vicino
che non getta l'immondizia dal finestrino
quella che ti fa capire qual'è la funzione di un genitore
anche quando non hai figli tuoi
quella che ti aiuta a capire e ti fa crescere
Da quando siamo diventati quelli che
se ci rubano l’ombrello  prendiamo quello di un’altro
e pensiamo pure di essere nel giusto?
Sono già finiti i tempi in cui ci si batteva per la scuola?
Riduciamo tutto in macerie fingendo di ristrutturare
di progredire
Genitori consenzienti permettono ai figli
ignari protagonisti solo di video games
di evadere all'obbligo scolastico
e  gettare la loro preziosa vita nell'immondizia
Lo Stato  assente acconsente
e alimenta malcostume e malaffare
Diritti e doveri
come puta che cola
scendono
e si disperdono per terra calpestati
finiscono nelle fognature straripanti di oli esausti
e porcherie inimmaginabili
insieme al nostro orgoglio e ai nostri sentimenti
Siamo diventati insensibili quindi?
Temo una recrudescenza del razzismo
troppi luoghi comuni girano di bocca in bocca
dilaga l’ignoranza e il qualunquismo si alimenta
Ma il qualunquismo è un sentimento altolocato
snob, borghese
ha paura  di sgualcire abiti costosi e doversi mescolare con l’odore della povertà
Si è impossessato del nostro vivere quotidiano
e ci ha resi schiavi
Il sentimento dei poveri è la paura
e riaffiora la paura del ba bau
la paura dell’uomo nero
quella che ti fa tirare la coperta e  raggomitolare in posizione fetale
per sentirti al riparo
paura di dividere quel poco calore e il poco pane con lo “straniero”
Ai nostri governanti
abbiamo permesso il gioco al ribasso
consentendogli di guadagnare sulla nostra pelle
Distraendoci con pratiche da illusionista
li chiamano risparmi
quelli sulla cultura e sul futuro
e con manovre da prestigiatore alimentano  i soliti privilegi
Specchietti per le allodole ci abbagliano
e incantati da promesse di innovazioni
ci comprano con sconti di pena
Non basta la foto su un podio per essere vincitore
Nulla stiamo vincendo
rischiamo di perdere anche ciò che
altri  avevano costruito per noi
lo laviamo via con un colpo di spugna
una spugna intrisa di sangue.

venerdì 27 marzo 2015

alla ricerca di risposte

Qualcuno definisce la mia poetica “intimista”.
E’ vero io non parlo esplicitamente di politica, non tratto argomenti particolarmente importanti, non mi piace l’enfasi, non amo gli slogan e i grandi discorsi che rimangono spesso lettera morta, credo invece che la direzione che decidiamo di prendere ogni giorno e ogni nostra azione in genere - oltre ad una scelta personale – sia anche una manifestazione politica.

L’errore compiuto in questi anni tormentati è stato - a mio parere - quello di scindere la politica dal nostro vissuto quotidiano creando figure politiche esclusivamente intese come “soggetti di potere” con la conseguenza di attrarre progressivamente sempre più chi era interessato al potere in senso stretto piuttosto che al poter fare qualcosa per la collettività. La distanza creata fra popolo soggetto politico e  politico soggetto di potere ha impedito all’onesto cittadino di sentirsi partecipe delle scelte operate dallo Stato, anche se da lui indirettamente esercitate tramite il diritto di voto e ha invalidato il senso di utilità di ogni azione quotidianamente effettuata con lo scrupolo del buon padre di famiglia da ogni singolo individuo. Abbiamo inventato altisonanti motti, ci siamo spesi in oratorie enfatiche, tronfie e prolisse, studiate a tavolino sperando di catturare l’attenzione del cittadino verso  temi scottanti della politica, ma ci siamo riusciti?

Forse l’errore è proprio quello di non parlare più al cuore delle persone, di rapportarci solo come se trattassimo sempre solo di questioni economiche, pubblicità per clienti da conquistare, prodotti variopinti per ingolosire, non compagni con i quali costruire una società. Democrazia, società e cooperazione, nonostante tutto,  sono termini ancora da riscoprire.
E’ proprio la disaffezione all’intimismo che ha allontanato le persone, che fa si che ogni riunione indetta per chiamare a raccolta le persone, con le motivazioni più disparate, sia vissuta come una scocciatura, come se fossimo costretti ad acquistare qualcosa, non come un occasione di costruire qualcosa, come momento di condivisione e discussione. Queste opportunità di aggregazione vengono eluse, schivate o abbandonate a favore di un singolarismo che non ha niente a che vedere con la solitudine di chi si ritira a meditare.

Le correnti “impegnate” definiscono l’intimismo con un’accezione negativa e ne sminuiscono la valenza definendola un’espressione di tipo superficiale, ma la nostra parte più superficiale è la pelle ed è anche il nostro punto più sensibile, quello attraverso il quale si arriva a toccare il cuore.
Se non riusciamo a dialogare col mondo interiore delle persone e lavorare perché i sentimenti possano avere la parte che gli spetta nella nostra storia, ogni battaglia sarà persa, a nulla saranno valse belle e pompose parole perché è attraverso le emozioni che noi vediamo il mondo.

Anche se penso che la verità in senso assoluto non esista, nemmeno se si fotografa la realtà,  poichè qualsiasi verità è filtrata dai nostri ricordi  e dal nostro sentire, sono altresì convinta che vada sempre ricercata l’oggettività quale indispensabile fondamento  per l’espressione di un giudizio imparziale.
Pertanto il mio parlar di me, nelle mie poesie non intende essere solo mera introspezione, ma anche comunicazione di uno stato interiore che mi può accomunare a tanti altri, che contiene problematiche, dubbi, proposte, le cause e a volte anche le soluzioni per uscire da uno stato personale a volte invalidante, ma che vanno lette fra le righe. Certo non ho grandi soluzioni, ma è proprio la banalizzazione dei problemi delle singole persone che aumenta la solitudine di questa vita e quel disamore verso una politica di persone importanti verso problemi importanti.

Dovremmo ricominciare a stimolare la fiducia di poter contare qualcosa, che l’onestà sia ancora un valore e la giustizia si debba e si possa ricercare, stimolare il desiderio di stare insieme non per sopraffare o venire calpestati ma per essere utili, integrati ed arricchiti.
Da dove vogliamo ripartire per creare una civiltà accogliente, gettare nuove basi per una società in cui si rispolverino i vecchi valori dimenticati ma che si integrino con nuovi valori degni di essere considerati tali? Talenti da non tenere segregati in una cassaforte, che non servano per riempire le bocche di pance grasse sedute su baldacchini, ma doti da mettere a disposizione di tutti, da lanciare nelle piazze e nelle strade perché la gente se ne nutra tutti i giorni perché diano dei frutti.

Sottovalutare il nostro intimo vuol dire sottovalutare noi stessi, un grande punto di ripartenza invece potrebbero essere di nuovo le più semplici, antiche, ma grandi domande dell’uomo; chi sono? cosa vorrei essere? dove voglio andare?

A noi tutti cercare una risposta.


lunedì 3 novembre 2014

profumo di mamma

Ho compiuto, nel mese di agosto  53 anni, ed ho l’età che aveva mia madre quando è morta.

Non ho mai pensato che sarei sopravvissuta oltre la tua età mamma, non riesco a immaginarmi più anziana di te, non mi sembra naturale invecchiare e desiderare di essere ancora fra le braccia della mia giovane madre a inebriarmi del tuo profumo.
Eri bellissima, un metro e cinquanta di dolce anima di bimba, spirito energico di donna tuttofare, grandi mani per donare, grande cuore per amare.
Dalla tua bocca solo petali di rosa, sorridente ci preservavi dalle spine che si conficcavano invece direttamente nella tua carne. Testa matta di donna sincera, cantavi con me e l’amaro fiele si trasformava in dolce miele.
"Donna Felice”- come ti chiamavo - facevi scherzi di carnevale per strada, travestita da uomo, anche se la tua femminilità traboccava dal doppiopetto.
Sei morta senza disturbare, così come hai vissuto e da allora non c’è stato giorno che non ti abbia ricordata, ancora penso: “lo potrei comprare per la mamma”; i tuoi nipoti, nati tutti dopo la tua morte, è come se ti avessero conosciuta tanto sei stata presente in mezzo a noi.
Mia figlia si chiama col tuo nome, la nipotina è nata il tuo stesso giorno, è un altro segno che sei qui?
E’ appena trascorsa la festività dedicata ai morti, ma non riesco ad andare al cimitero, forse perché non credo che tu sia lì, nulla di te è li.
Immagino le anime svolazzanti dei defunti che, dopo essere stati tutta la giornata comodamente al caldo - accanto ai propri cari - debbano correre di fretta in un freddo cimitero per raggiungerli quando li vanno a trovare.
Non sei lì, tu sei ancora accanto a noi e lo sarai per sempre.


PROFUMO DI MAMMA

                        Dolci note                          
braccia aperte
sorriso rassicurante
generoso cuore
non saprò mai eguagliare



mercoledì 29 ottobre 2014

telepatia

Di sicuro anche a voi sarà capitato qualche volta di essere assorti nei vostri pensieri, in assoluto silenzio e  che qualcuno lì accanto vi domandasse che cosa avete detto.
Quando mi è accaduto ho avuto l’impressione che quella persona stesse ricevendo messaggi dal mio cervello, un flusso di dati in entrata non decodificati, un linguaggio criptato non facile da comprendere, avesse quindi la percezione di una comunicazione in corso senza capirne il senso, come fossero parole giunte da lontano.
Questa eventualità mi ha sempre affascinata, da bambina fantasticavo di un mondo in cui si potessero trasmettere i pensieri telepaticamente e spostare gli oggetti con la telecinesi. Ho sempre creduto che il nostro cervello avesse potenzialità sconosciute al nostro popolo, ma dominio di antiche popolazioni estinte, non poteri sovrannaturali quindi, ma viceversa, capacità dimenticate e cancellate dal progressivo allontanamento della naturalità dalla nostra vita quotidiana pervasa dalla tecnologia e dal commercio inteso nella sua accezione più negativa.
In alcune mie poesie il tema principale è la nudità, non mi interessa confondere le acque con lucidi specchi che riflettono facendo risplendere meravigliose luci che colpiscono e abbagliano ma senza far trasparire quello che sta dietro.
Ciò non toglie che anche se sono convinta che a volte ci si capisca anche senza parole e che aspiri ad essere persona trasparente ancorchè a volte incongruente, oggi penso che la facoltà di leggere nel pensiero - attiva o passiva - sarebbe una vera e propria tortura. 
Nel caso in cui l’avessimo saputo fare nel passato, perdere questa facoltà la considero  una conquista dell’evoluzione della specie.
Immaginate quale limitazione della libertà di pensiero avremmo se tutti potessero leggerci dentro! Qui non si discute di sincerità, ma di libertà.
Una persona, dentro di sè, deve essere libera di elucubrare ciò che desidera, di viaggiare con la propria fantasia senza subire condizionamenti di alcun genere, fare, disfare, provare, ripensarci, immaginare - per il solo gusto di farlo- le cose più “impensabili”.
Insomma, anche se certi gesti o alcuni silenzi a volte valgono più delle parole e l'espressione verbale risulta faticosa e imperfetta, passibile di errori e erronee interpretazioni, ben vengano le parole,  le loro eventuali rettifiche e  precisazioni

martedì 28 ottobre 2014

PREGIUDIZI


Se analizzassimo con sincerità i meccanismi che alimentano il nostro pensiero e che spingono il nostro agire ci accorgeremmo che sono in gran parte dettati dal pregiudizio e dalla discriminazione anche se inconsapevole.
La discriminazione, da non confondere col sano discernimento, segno di accorta valutazione e attenta riflessione, ma al contrario, trattamento che crea disparità e disuguaglianze, emarginazione e penalizzazione, ancorchè non concretizzata con fatti brutali abbatte la qualità della vita favorendo un clima ostile e ripercussioni psicologiche negative sia nei confronti del discriminato che nei confronti di chi è costretto a subire situazioni che non condivide anche se non direttamente interessato.
Discriminazione, ancora da non confondere con l’errore di giudizio, esercizio di quotidiana e normale fallibilità umana, sbaglio che è impossibile correggere ed eliminare dall’elenco delle nostre imperfezioni.
I preconcetti invece sono giudizi costituiti prima di fare una valutazione oggettiva, generati su stati d’animo irrazionali e quindi si possono eliminare dal nostro modo di ragionare, possiamo rieducarci, con un po’ di buona volontà a ponderare con obiettività.
Gran parte dei pregiudizi sono dettati dai condizionamenti che subiamo da tanto tempo e che alimentano un comportamento qualunquista generalizzato.
Nella vita quotidiana possiamo contare migliaia di volte in cui ci lasciamo andare a luoghi comuni triti e ritriti, per comodità, per convenzione, per evitare di prendere una posizione.
Riportiamo osservazioni fatte da altri e non verificate incuranti che possano screditare qualcuno.
Quasi temessimo un contagio, ci scostiamo dalle persone che apparentemente non rientrano nei nostri parametri di “bellezza”, intelligenza, prestigio sociale, ideologia mostrando un atteggiamento polemico e critico, spostiamo il nostro interesse dai reali problemi, la povertà, la legalità, la violenza, le altrui necessità,  per non affrontarli. Non una critica costruttiva volta all’approfondimento della conoscenza, ma un giudizio negativo inappellabile e ingiustificato.
Già il primo giorno di lavoro definiamo fannulloni colleghi mai conosciuti solo per sentito dire, etichettiamo persone a causa delle loro idee anche senza averci mai parlato, discriminiamo non solo per il colore della pelle, ma finanche quello di un vestito, per l’aspetto esteriore, per l’odore, il modo di parlare, il modo di muoversi o atteggiarsi, salvo poi sentirci emarginati o ingiustamente giudicati quando ciò succede nei nostri confronti. E’ naturale, farsi una prima opinione di fronte ad una persona od un avvenimento, è altresì naturale avere primordiali istinti di repulsione o simpatia, sta nella nostra natura  animale, dopo il primo momento però dovrebbe seguire un ragionamento ed un’analisi razionale ed il nostro comportamento essere conseguente a quella logica. Invece spesso non  entriamo nel merito, rimaniamo esterni, in superficie, galleggiando in un’acqua che - anche se sporca - ci garantisca di rimanere a galla senza troppa fatica.
Delle cose vediamo quindi solo una faccia, piana e priva di spessore, ignari e incuranti di quello che c’è sotto, per pigrizia, indolenza, paura di esporsi con un’opinione fuori dal coro.
Con queste premesse spopola quindi la generalizzazione e il qualunquismo ragion per cui secondo il comune linguaggio, che poi diventa comune sentire dando la veridicità per scontata, la violenza aumenta per colpa degli extracomunitari - che fra l’altro ci rubano il lavoro e si accaparrano tutti i sussidi - per certi reati bisognerebbe ripristinare la pena di morte, il tal ragazzo dalle movenze delicate di sicuro è un gay, quella donna che sta abbracciando un amico è certamente fedifraga. Ma qualcuno pensa prima di parlare? E’ più difficile ammettere l’ignoranza che sopportare di esserlo.
Ogni persona ha il diritto al rispetto della propria sfera privata e alla facoltà di essere e comportarsi come vuole a patto che tale condizione non leda l’altrui diritto e l’altrui libertà; la prima epidermica impressione non dovrebbe diventare un giudizio.
Obiettività vorrebbe che le nostre valutazioni entrassero ponderatamente nel merito delle motivazioni che muovono le persone e spingono il verificarsi degli eventi invece i nostri giudizi non seguono affatto criteri di imparzialità ma cambiano a seconda del soggetto cui si riferiscono, soprattutto se sono riferibili alla nostra persona.
La generalizzata superficialità e la mancanza di approfondimento contribuisce a sviluppare un atteggiamento di menefreghismo e di banalizzazione anche nei confronti di argomenti ben più importanti e provocare nella società danni difficili da riparare. Il nostro comportamento è il motore del mondo, ogni piccola cosa ha una causa e un effetto, è più coerente chi dopo attenta riflessione cambia la propria idea che chi ne rimane inflessibilmente ancorato a causa di dogmi, superstizioni, credenze popolari, insomma vincolato a giudizi preconfezionati credendo di dar prova di una fedeltà che non rispecchia nemmeno il propri reali concetti.





giovedì 5 giugno 2014

Riflesso condizionato


Se analizzassimo con sincerità i meccanismi che alimentano il nostro pensiero e che spingono il nostro agire ci accorgeremmo che sono in gran parte dettati dal pregiudizio e dalla discriminazione anche se inconsapevole.
La discriminazione, da non confondere col sano discernimento, segno di accorta valutazione e attenta riflessione, ma al contrario, trattamento che crea disparità e disuguaglianze, emarginazione e penalizzazione, anche non concretizzata con fatti brutali, abbatte la qualità della nostra vita favorendo un clima ostile con ripercussioni psicologiche negative sia nei confronti del discriminato che nei confronti di chi da vicino subisce passivamente situazioni che non condivide.
Discriminazione ancora da non confondere con l’errore di giudizio, esercizio di quotidiana e normale fallibilità umana, sbaglio che è impossibile correggere ed eliminare dall’elenco delle nostre numerose imperfezioni.
I preconcetti invece sono giudizi costituiti prima di fare una valutazione oggettiva, generati su stati d’animo irrazionali e quindi si possono eliminare dal nostro modo di ragionare, possiamo rieducarci, con un po’ di buona volontà a ponderare con obiettività.
Gran parte dei pregiudizi sono dettati da condizionamenti che subiamo da tanto tempo, in parte studiati seguendo un disegno realizzato a più mani del quale si può intuire lo schema e che alimentano un comportamento qualunquista generalizzato.
Nella vita quotidiana possiamo contare migliaia di volte in cui ci lasciamo andare a luoghi comuni triti e ritriti, per comodità, per convenzione o per evitare di prendere una posizione che potrebbe risultare scomoda non potendo sapere quale ripercussione potrebbe avere per noi un diverso discernimento e di conseguenza quale giudizio potrebbe farci meritare, se di lode o demerito.
Riportiamo osservazioni fatte da altri e non verificate incuranti che possano screditare qualcuno.
Quasi temessimo un contagio, ci scostiamo dalle persone che apparentemente non rientrano nei nostri canoni di “bellezza”, intelligenza, prestigio sociale, ideologia, mostrando un atteggiamento polemico e critico, spostiando  il nostro interesse dai reali problemi:  la povertà, la legalità, la violenza ecc..  per non rischiare di doverli affrontare. Non una critica costruttiva volta all’approfondimento della conoscenza, ma un giudizio negativo inappellabile e ingiustificato.
Già il primo giorno di lavoro definiamo fannulloni colleghi mai conosciuti solo per sentito dire, etichettiamo persone a causa delle loro idee anche senza averci mai parlato, discriminiamo non solo per il colore della pelle, ma finanche quello di un vestito, l’aspetto esteriore,  l’odore, il modo di parlare, il modo di muoversi o atteggiarsi, salvo poi sentirci emarginati o ingiustamente giudicati quando ciò succede nei nostri confronti. 
E’ naturale, farsi una prima opinione di fronte ad una persona od un avvenimento, è altresì naturale avere primordiali istinti di repulsione o simpatia, sta nella nostra natura animale, dopo il primo momento però dovrebbe seguire un ragionamento ed un’analisi razionale ed il nostro comportamento essere conseguente a quella logica. Invece spesso non  entriamo nel merito, rimaniamo esterni, in superficie, galleggiando in un’acqua che - anche se sporca - ci garantisca di rimanere a galla senza troppa fatica.
Delle cose vediamo quindi solo una faccia, piana e priva di spessore, ignari e incuranti di quello che c’è sotto, per pigrizia, indolenza, paura di esporci con un’opinione fuori dal coro.
Con queste premesse spopola quindi la generalizzazione e il qualunquismo ragion per cui secondo il comune linguaggio, che poi diventa comune sentire dandone la veridicità per scontata, la violenza aumenta per colpa degli extracomunitari - che fra l’altro ci rubano il lavoro e si accaparrano tutti i sussidi - per certi reati bisognerebbe ripristinare la pena di morte, il tal ragazzo dalle movenze delicate di sicuro è un gay, quella donna che sta abbracciando un amico è certamente fedifraga. Ma qualcuno pensa mai di controllare quello che dice? E’ più difficile ammettere l’ignoranza che sopportare di esserlo.
Ogni persona ha diritto al rispetto ed ha la facoltà di essere e comportarsi come vuole a patto che tale condizione non leda l’altrui libertà. 
La prima epidermica impressione non può diventare giudizio, obiettività vorrebbe che le nostre valutazioni entrassero ponderatamente nel merito delle motivazioni che muovono le persone e spingono il verificarsi degli eventi invece i nostri giudizi non seguono affatto criteri di imparzialità, ma a parità di condizioni, cambiano a seconda del soggetto cui si riferiscono, soprattutto se il giudizio riguarda la nostra persona.

La generalizzata superficialità e la mancanza di approfondimento contribuisce a sviluppare un atteggiamento di menefreghismo, di banalizzazione anche di problemi ben più pregnanti di quelli ora presi in esame e a provocare nella società danni difficili da riparare. Ogni nostro comportamento è motore del mondo, la più piccola cosa ha una causa e un effetto ed acquista quindi molta importanza; è più coerente chi dopo attenta riflessione cambia la propria idea di chi ne rimane inflessibilmente ancorato a causa di dogmi, superstizioni, credenze popolari, vincolato a giudizi preconfezionati con l'illusione di dar prova di una fedeltà che in realtà non lo rappresenta.


Diversi per natura
Diversi per scelta

Importante è sapere come si vuole essere

diversi dagli altri
o solo da se stessi
Difficile accettarsi
Difficile non uniformarsi
Tendiamo ad assomigliarci
e anche chi esaspera le differenze
cerca di formarsi un gruppo
nel quale  sentirsi accolto e difeso
al sicuro dai giudizi
Al momento opportuno però
ci ricordiamo di esser unici
e in vista di una possibile gratifica
voremmo essere noi i “migliori del mondo"

mercoledì 21 maggio 2014

la scuola che vorrei

Sogno una scuola al contrario
un posto dove non stare rigidi e compassati, ma rilassati e contenti,
impazienti di esprimere i propri sentimenti
Un posto in cui l’errore sia elevato ad un rango superiore
poiché se dall’errore s’impara, bisogna accettarlo, comprenderlo
e forse quasi amarlo;
quell’abbaglio mi aiuterà a ricordare quello che da solo
non riuscivo ad imparare
Sogno una lezione
non preparata dal professore
ma dagli allievi che con le loro curiosità
vogliano conoscere le verità
perché la statura culturale
non si alimenta salendo le scale
Perché le materie devono essere separate
se insieme sono nate?
Storia, geografia, la letteratura
strettamente collegate
insieme andrebbero insegnate
insieme all’arte e alla matematica
materia meravigliosa
che entra in ogni cosa
anche nel nostro viver quotidiano
ma spesso lo dimentichiamo
Tutto necessita una misura
e di questo abbiamo un po’ paura
Ma necessita la paura per evitare la bocciatura?
Non credo, ma il rispetto
non è da misurare ad etto
Bisogna averne in abbondanza
e la materia è  “buona creanza”
esperienza fondamentale
a qualsiasi risultato si voglia arrivare
Aggiungere all’inglese, ma quello parlato -
chè la grammatica che ci ha un po’ stancato -
la lingua dei segni
per poter aiutare chi nella vita
non può parlare.
No a test, quiz, note e punizioni
No alle discriminazioni
Si alle collaborazioni, alle idee, alle invenzioni,
educazione alla salute e alla sessualità per una nuova società
Una scuola aperta che sappia integrare
perchè tutti hanno qualcosa da dare
di conseguenza tutti riceviamo
e la società ne trae un enorme guadagno
Una scuola che invece di etichettare
insegni come si fa ad amare
qualsiasi scelta presa di conseguenza
non sarà fatta per la sopravvivenza
ma per lo sviluppo di un mondo migliore
che tutti quanti l'abbiano a cuore.


Dopo tante riforme della scuola non ci siamo ancora chiesti come mai invece di innalzare il livello culturale dei giovani dobbiamo ancora rincorrere l'abbandono scolastico?
Altro che istruzione per tutta la vita! Hanno spacciato per innalzamento dell'obbligo scolastico una riforma che ha portato quasi allo smantellamento della scuola.
Porte aperte con invito e spinta a entrare ai centri di formazione professionale anche al termine della scuola secondaria di primo grado, possibilità di assolvimento dell'obbligo anche in apprendistato, la scuola pare tornata indietro, molto indietro. Ai tempi dell' avviamento professionale forse era meglio.
Oggi ci sentiamo dire da un Presidente della Provincia "non è un disonore avere un operaio o un diplomato tecnico in famiglia"! Abbiamo ammazzato l'istruzione tecnica fingendo di favorirla per spingere Licei moltiplicati e inventati per "rubarsi" a vicenda gli studenti (quel che vale è il numero).
Mentre la burocrazia aumenta sempre più nonostante le promesse di semplificazione e la trasparenza tanto declamata si è opacizzata, i nostri ragazzi girano per le strade come nei tempi di guerra.
Complice la crisi, crisi dei valori, crisi economica, lavaggio del cervello dei potenti, sembriamo tornati al punto più cupo della storia in cui i ceti  alti della società trovavano conveniente alimentare l'ignoranza piuttosto che la conoscenza e la consapevolezza.
Un ignorante da poter plasmare, comandare, sfruttare ed eliminare dopo l'uso può essere molto comodo e costa solo qualche piccola, banale promessa che poi non deve  nemmeno essere necessariamente mantenuta.
A cosa valgono tutti i monitoraggi, le statistiche che vengono eseguite a gogo, comandate da enti diversi che non si mettono nemmeno d'accordo e tutte hanno una virgola che le differenzia e diversi periodi dell'anno in cui vengono richieste?  Perchè non raccogliere le necessità di tutti gli enti e rendere accessibili i dati richiesti su un data base consultabile direttamente on line? Parliamo tanto d'innovazione tecnologica e informatizzazione della scuola mettendo nelle mani dei piccoli cuccioli un pc al posto di un regolo ma poi, nel concreto, non si è in grado di far funzionare software adeguati alla reale semplificazione del funzionamento amministrativo  snellendo e rendendo realmente trasparenti i rapporti scuola-famiglia. Cosa ne facciamo di tutti questi dati statistici? Potrebbero essere molto importanti per tenere sotto controllo, valutare e prevenire alcune problematiche, ma a mio parere, servono solo a rendere necessari dirigenti che comandano ai loro sottoposti di richiedere statistiche per riempire i loro cassetti e magari rilegarle in qualche bel libro da inserire nel loro curriculum e da spedire in forma cartacea ad altri enti che lo mettono nel cassetto.
Il dato principale da tenere sotto controllo è quello concernente la dispersione, ma dubito che sia mai stato fatto un lavoro veramente organico e produttivo.
Accantonando per  un momento il problema che la scuola italiana non è affatto accattivante, rimane il fatto che la legge prevede che gli studenti assolvano il loro obbligo dopo 10 anni di frequenza scolastica.
Non è tanto difficile accorgersi quali sono i ragazzi che non frequentano la scuola, non sarebbe complicato realizzare un vero monitoraggio su scala nazionale allo scopo di rintracciare i dispersi coinvolgendo i Comuni poichè responsabili della vigilanza dell'assolvimento dell'obbligo. Forse le regole sono anche sufficienti, ma non  sono attese, in ogni modo se i db dei vari Enti ed Istituzioni pubbliche fossero collegati si riuscirebbe ad effettuare controlli più tempestivi, fatte salve ovviamente tutte le norme sulla privacy ecc. ecc.
Invece proseguiamo regalando assolvimenti fasulli dell'obbligo scolastico corredati da bei certificati che comunque attestano zero competenze, lavandocene le mani.
Come fare a insegnare a questi ragazzi e rendere la scuola attraente?
Forse prima di tutto bisognerebbe insegnare i sentimenti, coltivare le passioni, seguire le inclinazioni, concedere la libertà di espressione, libera interpretazione di poesie e arte in genere, indipendentemente dall'istituto prescelto,  muovendosi nelle città, toccando l'insegnamento come se fosse "materia" e collegando le diverse discipline rendendole in tal modo concrete perchè non rimangano nell'aria come parole vuote. 
L' inglese dovrebbe essere più che altro parlato acquisendo un vocabolario il più ampio possibile, solo così sarà più facile imparare ad esprimersi, se mancano le parole manca tutto!
Il compito principale a casa dovrebbe essere leggere, a scuola tanto esercizio pratico svolto insieme e poi tanto movimento fisico, educazione alla salute ed alla sessualità.
Forse da piccoli, quando i tabù ancora non ci pesavano, eravamo più stimolati.
Ognuno di noi ha dolcissimi ricordi delle scuole inferiori, inferiori di nome ma non d'importanza, le scuole che gettano la base per il futuro, piattaforma di lancio, ma per proseguire il volo serve il carburante!
Ma perchè eravamo tanto contenti di andare a scuola ?
Perchè era stimolato veramente l' interesse per l'apprendimento, ogni cosa nuova era buon cibo e si sa le giovani menti hanno molto appetito!
Il contatto umano era tenuto in alta considerazione, la collaborazione fra compagni favorita, era possibile esprimersi senza essere mal  giudicati perchè era ammessa l'ignoranza, benvoluta l'iniziativa, tollerato dire cose "sconvenienti" e concesso il movimento perchè i bimbi poco sopportano di stare fermi, i banchi all'occorrenza spostati col docente in mezzo come in una tavola imbandita.
Credo che i giovani siano soffocati dai pregiudizi e dai luoghi comuni, diamo più fiducia ad un condannato all'ergastolo che può uscire per buona condotta che ad un ragazzo con scarso rendimento scolastico, gli tarpiamo le ali. Mi rendo conto che siano anni difficili per tutti, ma la scuola non può sottrarsi dalla sua funzione educativa altrimenti non ha ragione di esistere, la sua responsabilità non può essere declinata e restituita tutta alla famiglia. Tutta la società insieme deve collaborare per sostenere la gioventù nella crescita e ascoltare quello che ci vuole trasmettere. Purtroppo noi invece lasciamo loro un'eredità molto negativa che inevitabilmente condizionerà il loro futuro.
La scuola dovrebbe educare alla libertà,  materia  base della convivenza civile che si ottiene solo tramite il rispetto degli altri e quindi delle regole che la comunità si è data, senza di questa la libertà personale è solo un'utopia.
Rispetto, è per me la parola chiave per aprire le porte della conoscenza.

mercoledì 9 aprile 2014

Bianco e Nero


Dopo tanta indecisione ho provato ad eliminare le tue cose dalla mia memoria, ma l’impronta rimane, come quando la mina dura della matita incide un poco la carta e anche cancellando le scritte con la gomma la traccia rimane sul foglio e basta un po’ di polvere portata dal vento a far ricomparire la scritta.
E’ proprio come dicono, le ferite fanno ancora più male quando stanno per guarire, hai paura del vuoto che creerà quella perdita e cercherai disperatamente di soffrire ancora un po’, per ricordare, per non annullare con un colpo di spugna anche il valore dei tuoi sentimenti, del tuo trascorso vissuto.
Chi non ha tastato la propria ferita, prima carezzandola amorevolmente, poi facendo a poco a poco una maggiore pressione fino a farsi male per meravigliarsi poi del fatto che il dolore porta con se anche un po’ di piacere?
Gioia e dolore sono  inscindibili e questo dolore lo ricerchiamo, lo amiamo e continuiamo inspiegabilmente a premere ancora e più volte la nostra ferita.
Forse senza sofferenza non riusciremmo ad apprezzare la gioia tanto che nella complessità del nostro mondo interiore spesso è compresa senza apparenti motivi scatenanti, fagocitiamo dolore a volte producendolo dal nulla, forse è la paura di non provare niente e la sofferenza a volte è meglio di niente.
Di fronte alla gravità di certi eventi, alla drammaticità di situazioni che sembrano impossibili da superare, ci sentiamo fortunati e accantoniamo per un attimo i pensieri tristi della nostra quotidianità, increduli di fronte alla forza che taluni dimostrano semplicemente continuando a vivere.
Ma poi, poco dopo, ritorna quel male silente che ci impedisce, chissà mai perché, di godere appieno di tutte le cose belle che sono intorno e dentro di noi.


Bianco e nero
luce e tenebra
disperatamente uniti
dal loro abbraccio
nasce una poesia

venerdì 7 febbraio 2014

non solo aforismi

Molti hanno  fatto della scrittura una professione, li ammiro e li invidio un pò.
Per scrivere romanzi o per scrivere poesie non basta mettersi a tavolino pensando a qualche bella frase, le parole devono uscire da sole, le idee devono scorrere fluide, scomporsi e ricomporsi come un fiume con i suoi immissari ed emissari, la diga che lo fermasse  asciugherebbe il suo letto. Non  si può prenotare una piena, scrivere non è un mero esercizio estetico, non si possono ricercare le parole giuste come non si possono ricercare a priori i giusti colori per dipingere un quadro, sarà l’ispirazione di quel momento a scegliere per te. Uno scrittore (o un poeta)  ha spesso provato sentimenti forti, ha sofferto psichicamente o fisicamente e ha trovato naturalmente il modo per far uscire le sue emozioni attaccandosi in maniera a volte maniacale alle sue passioni per sfogare la propria energia e non implodere.
Le poesie sono attimi di lucida follia, bagliori improvvisi che illuminano cervelli folli, solo in quell’attimo la luce rischiara la realtà e la lascia scoperta perché la realtà è spesso un nonsenso.
Non è indispensabile però essere grandi scrittori o grandi poeti.
Leggere e comprendere è una delle cose più necessarie per la nostra vita poiché la nostra  cultura  viene trasmessa per lo più tramite la scrittura e  una corretta grammatica, anche se non indispensabile,   oltre a rendere scorrevole e piacevole la lettura,  è il codice che stabilisce come interpretare l'insieme delle parole che altrimenti avrebbero un significato comprensibile  solo per chi le scrive.  Scrivere è un atto di comunicazione e pertanto è l'atto liberatorio per eccellenza, è un'attività necessaria quanto leggere perché tramite la scrittura si può liberare la fantasia per catturarla poi sulla carta, la magnifica e profumata carta e rendere reale quel racconto che non sapevi nemmeno di avere dentro.
Scrivere, prima di essere un fatto pubblico,  è indubbiamente  un fatto personale, intimo e chiarificatore del proprio io.
Ben vengano quindi gli scrittori, anche se sconosciuti, se non ne beneficerà il mondo della letteratura ne beneficeranno almeno loro stessi.
Si perderebbe meno tempo a scrivere i nostri pensieri che a cercare frasi dette da altri, anneghiamo fra i copia e  incolla di aforismi scritti da persone che pensiamo famose o importanti.
Perché non possiamo esprimerci con le nostre parole? Non avrebbero forse lo stesso peso? Ce ne vergogniamo? Forse nessuno le leggerebbe, ma perché?
Perché spendere qualche minuto per leggere quello che scrive un amico è impensabile, meglio scorrere con lo sguardo le immagini, come  bambini che guardano le figure di un libro colorato.
Certo leggere qualcosa di nuovo, addentrarsi nel testo da interpretare è difficile, è come immergersi nei sentimenti di qualcuno, bagnarsi con le sue lacrime e ridere delle sue gioie. Leggere è quindi partecipare e partecipando si sviluppa il senso critico che serve per migliorarsi,  ma quando si legge qualcosa scritto da un amico forse potremmo anche chiederci se ha bisogno di qualcosa o - se ha bisogno solo di essere ascoltato -regalargli un cenno di risposta.

A tutti piace parlare ma non ascoltare
a tanti piace scrivere ma non leggere
se provassimo a sforzarci di amare entrambe le cose
potremmo provare a volare e sono sicura che ci riusciremmo



Non c’ero quando la tua più grande lacrima
non è servita a riempire il mare
non c’ero quando il tuo grande dolore
è stato racchiuso in un guscio di noce
nulla sono di fronte a questo grande mare
sono più piccola di questo guscio di noce
ma sono qui ora





giovedì 6 febbraio 2014

parlando da profani



Ma tutto questo tempo risparmiato fa veramente bene alla nostra economia?
Il fondamento sul quale si basa l’attuale economia “risparmiare tempo per risparmiare denaro” rischia il crollo.
Abbiamo meccanizzato sempre di più le produzioni per accorciare i tempi di lavorazione  e ridurre il personale addetto, spesso a discapito della qualità. Se questo è il criterio generale, un prodotto finito sarà la somma del risparmio sulla produzione di ogni suo componente.
Come nella riuscita di un buon pane fa la differenza l’utilizzo del lievito madre confronto a quello chimico e  il rispetto del naturale tempo di lievitazione, la manodopera, unitamente alla qualità delle materie prime, sono  condizioni indispensabili  per le migliori realizzazioni.
Per la nostra economia poi non è affatto indispensabile apportare migliorie ai prodotti partendo dalle quali andare avanti, è invece più frequente che il successivo modello dello stesso prodotto vanti altri miglioramenti annullando quelli precedentemente effettuati. E' come partire sempre da zero. Non è sempre così, ma evidentemente è economicamente più conveniente per i produttori.
Bisogna risparmiare tempo “a tutti i costi”, ma anche il risparmio del tempo ha un costo.
Prodotti chimici sono utilizzati per far crescere e portare precocemente a maturazione non solo i vegetali, ma anche gli animali  e con la naturalezza con cui utilizziamo lo spray che toglie le macchie senza strofinare, ci adoperiamo per eliminare dalla nostra vita ogni dispendio di energie fisiche e mentali,  facciamo acquisti su internet per evitare di muoverci di casa, inviamo e-mail e messaggi standard allo scopo di risparmiarci confronti personali e rapporti umani. Ormai questa mentalità è attecchita dentro di noi e anche senza rendercene conto, nella nostra vita quotidiana, al lavoro come a casa, dedichiamo sempre meno attenzione a quello che facciamo per fare frettolosamente altre cose, paradossalmente per riempire il nostro tempo "risparmiato", sprecando in questo modo solo risorse ed energie. Ogni cosa malfatta andrà rifatta con le conseguenze negative che a catena si producono.
E’ vero che le macchine che sostituiscono gli uomini sono prodotte da altre fabbriche cui serve comunque capitale umano per farle funzionare,  ma i conti dell’occupazione tornano? E quelli della qualità? E quelli del rispetto verso l’ambiente?
Forse sarò esagerata, ma le azioni che portano indubbi  guadagni a breve termine ai produttori, spesso provocano, in un lasso di tempo più lungo, danni irreparabili all’ambiente e alla salute umana sia fisica che psichica, favoriscono la tendenza a “passare sopra” a particolari piccoli ma  importanti, una forma di presbiopia per quello che ti sta accanto, ma anche di miopia che impedisce la lungimiranza e favorisce lo sviluppo di un’etica sociale disumana  e antidemocratica.  Monetizzando e accantonando per un attimo il problema umano e sociale e analizzando solo i danni reali che questa mentalità ha favorito, quanto costerà alla collettività riportare le condizioni ad un giusto equilibrio? Riparare i danni è molto più dispendioso che impedirli, ma per evitarli bisogna avere a cuore il bene comune e non solo il proprio interesse.
Soprattutto dovrebbero smettere di ingannarci; le scelte “scorciatoia”, mettono apparentemente una pezza, ma durano poco.
Cosa ci ripagherà dall’aver irrimediabilmente danneggiato l’ambiente e conseguentemente la nostra salute e di averci portato alla cultura dell’insensibilità?  I nostri sensi inutilizzati non avvertono più nemmeno il pericolo.
Sono convinta che una scelta al momento onerosa, ma di buon senso, si tradurrebbe poi in un sicuro risparmio  per tutti.  Purtroppo le lobbies che comandano la nostra società  mirano sempre ad un risultato economico privato e a breve termine. Sono loro che decidono quando una cosa è utile o no. Il linguaggio delle lobbies è un linguaggio mafioso.
Ad esempio la scelta di favorire o meno l’utilizzo di fonti energetiche rinnovabili o di investire nella ricerca di fonti alternative “pulite” è nelle mani di chi produce attualmente l’energia e di chi vende petrolio. Quante ricerche arrivate a buon punto saranno state insabbiate?
Dal momento che questa fonte di energia è in fase di esaurimento come potremo risolvere il problema non spendendo per la ricerca? Che tipo di risparmio ricaveremo da questa scelta? Senza considerare poi ai danni che l’utilizzo del petrolio e dei suoi derivati hanno prodotto a tutto il nostro ecosistema. Un piccolo esempio:  il riciclo della plastica è utilissimo ma se non si smette di utilizzare il petrolio continueranno comunque ad essere utilizzati i suoi derivati e non si arriverà mai ad un vero riciclo.
Tirando le somme, sono convinta che, se vogliamo ricominciare a crescere, la prima cosa da risanare è il nostro erroneo modo d’intendere la democrazia.  




mercoledì 1 gennaio 2014

anno nuovo

Un anno non diventa “nuovo” solo perché si azzera il calendario e si riparte dall’1.01, in fondo non è che una convenzione come tante , questa festa però ci suggerisce il rinnovamento che tutti noi necessitiamo, ci ricorda che un nuovo inizio è l’opportunità per ricominciare con una nuova spiritualità, rinfrescare gli entusiasmi, l’occasione per chiudere e riaprire le porte dei nostri interessi con rinnovata energia.
L’antica tradizione della rottura dei piatti vecchi racchiude in sé la simbologia del rinnovamento.
Il significato vero non sta nel distruggere il vecchio fisicamente, ma nel raggiugere la consapevolezza, sulla base delle esperienze maturate durante l’ anno, di quanto dobbiamo trattenere - perché è quello che desideriamo davvero - e di quanto invece va cambiato.
Sicuramente non è solo festa, è anche un momento di vera introspezione, è il momento dei buoni propositi.
Quando una cosa si è rotta è difficile aggiustarla, ma ci sono cose insostituibili, dobbiamo saperne valutare il valore intrinseco e provare a recuperare anche se  guardare indietro è scomodo , a volte è l’unico modo per andare veramente avanti.
Ogni giorno del resto qualcosa si rinnova ed ogni giorno inizia con l’alba donandoci la speranza che sia un giorno migliore.
Approfittiamone!

Auguri a tutti!!!!!

martedì 31 dicembre 2013

estremismi

L’estremismo fa paura perché anche se la parola “estremo” suggerisce un limite, in realtà non esiste limite all’eccesso.
E’ di questi giorni la notizia di una giovane, affetta da numerose e gravi malattie, minacciata di morte solo perché ha manifestato consenso nei confronti della sperimentazione delle medicine sugli animali, convinta che questi test, al momento attuale, ancora contribuiscano a salvare la vita a molte persone.
Non so se sia vero che la sperimentazione animale apporti benefici agli umani, non ho le conoscenze appropriate e d’altro canto gli stessi studiosi hanno pareri discordi, anch’io, come mi auguro ogni altro essere umano, ho dei dubbi e aborro qualsiasi tipo di sofferenza finanche vegetale, ma non sopporto nessun tipo di radicalizzazione perché ne consegue la limitazione del dialogo democratico, l’abbruttimento dei rapporti interpersonali e l’ impossibilità di giungere a conclusioni equilibrate.
Gli animalisti che non tollerano - giustamente - chi maltratta gli animali, ma si permettono di minacciare e augurare la morte alle persone solo perché esprimono un’idea, si sentono meglio di chi?
Mi pongo allora alcune domande. Queste persone non si rendono conto che loro stessi sono umani e che si comportano peggio delle persone che criticano?
Saranno pronti a soccorrere i bisognosi, a nutrire gli affamati, a battersi contro le discriminazioni razziali, saranno tutti vegetariani?
Gli animali che difendono hanno tutti gli stessi diritti o c’è una scala d’importanza? Di sicuro non ammazzerebbero neppure un  mosca!
Se fossero contadini accetterebbero di buon grado che caprioli e cinghiali distruggessero il loro raccolto e quale dilemma di fronte al dubbio se difendere il lupo o la capretta!
Di sicuro saranno tutti perfetti, si faranno curare le ferite con la saliva dei loro cani che porteranno rigorosamente al guinzaglio o con la museruola per salvaguardare i diritti degli altri, raccogliendo escrementi col sorriso sulle labbra.
Nemmeno se esistesse la perfezione giustificherei l’oltranzismo, nessuno deve impedire a un’altra persona di dire ciò che pensa in pace, perché il dialogo è proprio quella qualità umana, unica, che può elevarci ad un rango superiore a quello del regno animale.
In quanto essere umani siamo difettosi, se gli animali potessero parlare probabilmente ci racconterebbero dei soprusi che  subiscono anche da parte di chi dice di amarli perché comunque opera delle scelte per loro  limitando inevitabilmente la loro libertà.. 

lunedì 9 dicembre 2013

libertà di pensare


Costruisco un quadrato
e come una tartaruga continuo a intestardirmi e sbattere contro gli spigoli,
spingo,
spingo,
ma non mi muovo.
Costruisco un triangolo
e il vertice alto mi attira come una vetta da raggiungere a tutti i costi,
fatico,
sudo,
ma - quando giungo in cima - scopro che non è quello che volevo veramente.
Costruisco un cerchio
e continuo a girare senza meta ritrovandomi sempre al punto di partenza,
mi gira la testa e sono sfinita.
Costruisco una parabola,
aperta,
illimitata,
la percorro,
scivolo, ma trovo l’uscita,
sono libera di scegliere dove andare,
non devo sprecare questa occasione,
mi prenderò il tempo per pensare,
la più grande delle libertà.

venerdì 6 dicembre 2013

geometria


Anche se non vogliamo, tutto quello che diciamo o scriviamo rispecchia inevitabilmente parte della nostra realtà che, anche quando non parliamo esplicitamente di noi, traspare, seppure liberata dagli schemi, colorita dalla fantasia, dallo scherzo o addirittura dalla bugia.
Quello che siamo trasuda comunque da ogni nostra manifestazione e, per assurdo, proprio il tentativo di camuffarci dietro ad una maschera spesso evidenzia  i sogni e le paure che cerchiamo di nascondere perfino a noi stessi.
C’è sempre un motivo alla base delle nostre azioni pertanto, anche quando ci sforziamo di essere diversi, in realtà esprimiamo il nostro io.
Così come non possiamo falsificare totalmente il tratto calligrafico di un’altra persona perché è unico come il DNA, così non riusciamo a estrometterci da ciò che scriviamo nemmeno se elaboriamo un testo di pura fantasia.
Personalmente credo che anche lo scherzo sia - più o meno consciamente - un atto liberatorio, un messaggio filtrato e ingentilito dal linguaggio dell’umorismo tramite il quale possiamo dire molta più verità di quanto  oseremmo fare in una normale discussione.
Se la comunicazione verbale e scritta parlano di noi, ancor prima il nostro corpo si esprime inconsapevolmente tramite  gesti ed espressioni.
Insomma, che ci piaccia o no, i messaggi corporei sono più o meno coerenti con le nostre parole contribuendo a realizzare il nostro autoritratto.  
Certo la lettura non è facile e capita di dover interpretare la nostra stessa immagine, ma anche le cose quotidiane, apparentemente banali, trasmettono notizie su di noi.
Ad esempio, cose ne pensate del fatto che non riesco a tirare le righe con il righello, il suo utilizzo non comporta una particolare manualità, ma le righe mi risultano sempre storte, non porto l’orologio e, se lo indosso, non  mantiene l’ora, impazzisce  come la calcolatrice che usavo quando ero una studentessa.
Comunque difficilmente guardo che ore sono, non leggo  nessun tipo d’istruzione, odio consultare gli orari dei mezzi pubblici, ho la repulsione per i bagagli, vorrei viaggiare libera, leggera, ma - in ogni caso - la mia valigia non si chiude mai.
Non memorizzo la pubblicità, non faccio l’elenco della spesa e riempio il carrello così disordinatamente che dopo due prodotti non ci sta più dentro niente,  per cucinare non utilizzo ricettari e non peso gli ingredienti.
Mi piace l’ordine, ma odio le cose troppo schematiche.
Qualcuno è capace di interpretarmi?

I due testi “Geometria” in data odierna e “Sinceramente” in data 23 marzo sembrano essere contradditori. Apparentemente uno confuta l’altro perché “Sinceramente…” parla della difficoltà di essere sinceri; “Geometria” invece dell’impossibilità di falsificarsi totalmente.
In realtà l’uno avvalora la tesi dell’altro evidenziando la complessità dell’uomo e le sue contraddizioni.
La natura umana non conosce bianco o nero, ritengo che sia un errore classificare le azioni, i sentimenti e le manifestazioni umane in genere, con terminologie nette ed estremiste, ma con la mescolanza di pochi colori primari il nostro mondo si arricchisce di un’infinita gamma di  colori e infinite  sfumature si possono produrre con l’integrazione di un piccolo componente che appare insignificante. Indispensabile poi valutare l’influenza della luce attraverso la quale  guardiamo!




giovedì 21 novembre 2013

ELUCUBRAZIONI

Che senso ha ricevere un elogio immeritato? Dentro di noi sappiamo qual’è la verità, a che serve essere apprezzati per una qualità o un merito che non abbiamo?
I complimenti non mi dispiacciono, devo ammetterlo, ma anche le rare volte che mi accorgo di meritarli m’incutono un certo timore. Non tanto perché possono nascondere uno scopo o essere solo una merce di scambio per imbonire o ottenere più attenzioni, ma perché in qualche modo immobilizzano immortalandoti in una particolare condizione, magari unica, rendendola per sempre statica.
Mi spiego meglio, essere fortemente apprezzato per un determinato comportamento o per il possesso di una particolare dote equivale - in alcuni casi - a essere etichettato e condizionato a mantenere a tutti i costi tale merito privandoti in qualche modo della spontaneità necessaria ad esprimerti liberamente.
L’elasticità di pensiero e di movimento è indispensabile per mantenere un equilibrio, per accettare i propri errori e i propri meriti senza farsi condizionare né dagli uni né dagli altri.
Uno di questi errori è proprio non accettare il nostro essere e il nostro divenire a volte contradditorio.
Voglio consentirmi di sbagliare perché, sarà anche un luogo comune, ma è proprio sbagliando che s’impara e se ti pongono in una posizione troppo alta, non trovi lo spazio per crescere, arrivi a un punto in cui sbagliare non è più consentito. Poiché l’errore alla fine è inevitabile, si prova a nasconderlo correndo il rischio di trovarne a tutti i costi la “giustificazione” o ad aggiustarlo non ponendone valido rimedio ma negandolo o canonizzandolo.
Sia al genere umano come quello animale, è necessario un capo che - per acquisirne l’autorità - dovrà necessariamente porsi su di un piedistallo, ma se questa non sarà accompagnata dall’autorevolezza, il sostegno tenderà a sgretolarsi. Essendo il capo, come ogni persona anch’egli fallibile, dovrà accettare la sua fallibilità e contornarsi di persone di fiducia, ma potendo anch’esse cadere in difetto, ritengo che solo chi è sicuro delle proprie capacità ma avrà l’umiltà di mettere in discussione le proprie credenze riuscirà a operare per il bene comune.
Sono certa che questo testo presenti un forte contrasto tra il mio fortissimo desiderio di apprezzamento che mi fa sentire come cucciolo spaurito in cerca di una carezza e la paura di essere incatenata al sentimento di devozione e gratitudine che avverte per il suo padrone.

Sono rispettosa delle regole e ne condivido la necessità, ma non tollero la costrizione, mi piace  muovermi fra le pieghe della vita, con il suo saliscendi, accettando le contraddizioni legate ad emozioni e a sentimenti che non possiamo controllare oppure frutto di una sana evoluzione e di un sincero cambiamento di opinione.
La  perfezione è fallace, l’unica perfezione è l’imperfezione.

venerdì 31 maggio 2013

ISTRUZIONI SULL’ISTRUZIONE = D'ISTRUZIONE ALL’ITALIANA





Da sempre le forze politiche di qualsiasi tendenza hanno utilizzato come bandiera il riordino della scuola come cardine dei loro programmi,  perno attorno al quale far ruotare tutte le altre riforme sociali. La parola d’ordine è sempre stata istruzione per tutti, elevamento dell’obbligo, collegamento col mondo del lavoro. Invece di provvedere ad effettivi e sostanziali miglioramenti si è ottenuto un impoverimento di contenuti e di valori che hanno senz’altro contribuito a un progressivo abbassamento del livello culturale e un inesorabile esodo dalla scuola. Grave la situazione che si viene a creare quando le aspettative delle persone si riducono e a poco a poco ci si abitua alle negatività. Questa tendenza tutta italiana di appiattire e livellare le nostre prospettive, dove tutto ciò che capita diventa normale, dove tutto si risolve in apatica rassegnazione è assolutamente nemica della progressione e del miglioramento. Questo è il substrato in cui proliferano  le condizioni politiche in cui le decisioni,  invece di mirare al bene collettivo, propendono per interessi meramente personali o di campagna elettorale, hanno gioco le cosiddette norme all’italiana, imprecise, prolisse, numerose e a volte contradditorie.
Parlando di obbligo scolastico, in considerazione del fatto che dovrebbe essere considerato la conquista di una società civile, la Legge 20 gennaio 1999, n. 9 (Berlinguer) "Disposizioni urgenti per l'elevamento dell'obbligo di istruzione" prevedeva all’art. 1 che a decorrere dall'anno scolastico 1999-2000 l'obbligo di istruzione fosse elevato da otto a dieci anni. L'istruzione obbligatoria  gratuita e il progressivo innalzamento dell’obbligo di istruzione e formazione fino al diciottesimo anno di età per il conseguimento di un diploma di scuola secondaria superiore o una qualifica professionale.
 Con il passaggio di ministero a Letizia Moratti l'innalzamento dell'obbligo scolastico venne annullato, mentre venne mantenuto l'obbligo formativo. Di fatto l’abrogazione della legge 9/99 ha perseguito una linea strategica ben precisa. 
Legge 28 marzo 2003, n. 53  all'art 2 comma c cita infatti: “è assicurato a tutti il diritto all’istruzione e alla formazione per almeno dodici anni o, comunque, sino al conseguimento di una qualifica entro il diciottesimo anno di età; l’attuazione di tale diritto si realizza nel sistema di istruzione e in quello di istruzione e formazione professionale”. Il diritto-dovere  sostituisce l’obbligo scolastico, che viene stemperato in una generica assicurazione del diritto all’istruzione e alla formazione per 12 anni. Per formazione si intende non solo la scuola e la formazione professionale ma anche l’apprendistato,  senza nessuna formazione garantita al di fuori di quella che è in grado di fornire l’azienda. Per respingere le accuse di chi vedeva nell'alternanza uno strumento di avviamento precoce al lavoro il testo della riforma Moratti specificava che le imprese avrebbero accolto gli studenti  “per periodi di tirocinio che non costituiscono rapporto individuale di lavoro”.
IL Decreto Legislativo 15 aprile 2005, n. 76 "Definizione delle norme generali sul diritto-dovere all'istruzione e alla formazione, a norma dell'articolo 2, comma 1, lettera c), della legge 28 marzo 2003, n. 53" all'art. 1 comma 3 infatti cita:“La Repubblica assicura a tutti il diritto all'istruzione e alla formazione, per almeno dodici anni o, comunque, sino al conseguimento di una qualifica di durata almeno triennale entro il diciottesimo anno di età. Tale diritto si realizza nelle istituzioni del primo e del secondo ciclo del sistema educativo di istruzione e di formazione, costituite dalle istituzioni scolastiche e dalle istituzioni formative accreditate dalle Regioni e dalle Province autonome di Trento e Bolzano, anche attraverso l'apprendistato di cui all'articolo 48 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, ivi comprese le scuole paritarie riconosciute ai sensi della legge 10 marzo 2000, n.62, secondo livelli essenziali di prestazione definiti a norma dell'articolo 117, secondo comma, lettera m), della Costituzione” Si introduce qui chiaramente l'apprendistato come modalità di istruzione.
Con la prima legge Finanziaria del nuovo governo Prodi,  ministro Fioroni, attraverso l'art. 1 comma 622 della legge 296 del 2006 , l'obbligo scolastico è stato nuovamente innalzato a 10 anni e, in ogni caso, fino al sedicesimo anno di età. Di conseguenza l'età per l'accesso al lavoro è stata elevata a sedici anni ……….“L'istruzione impartita per almeno dieci anni è obbligatoria ed è finalizzata a consentire il conseguimento di un titolo di studio di scuola secondaria superiore o di una qualifica professionale di durata almeno triennale entro il diciottesimo anno di età. L'età per l'accesso al lavoro è conseguentemente elevata da quindici a sedici anni. Resta fermo il regime di gratuità ai sensi degli articoli 28, comma 1, e 30, comma 2, secondo periodo, del decreto legislativo 17 ottobre 2005, n. 226. L'adempimento dell'obbligo di istruzione deve consentire, una volta conseguito il titolo di studio conclusivo del primo ciclo, l'acquisizione dei saperi e delle competenze previste dai curricula relativi ai primi due anni degli istituti di istruzione secondaria superiore, sulla base di un apposito regolamento adottato dal Ministro della pubblica istruzione ai sensi dell'articolo 17, comma 3, della legge 23 agosto 1988, n. 400. Nel rispetto degli obiettivi di apprendimento generali e specifici previsti dai predetti curricula, possono essere concordati tra il Ministero della pubblica istruzione e le singole regioni percorsi e progetti che, fatta salva l'autonomia delle istituzioni scolastiche, siano in grado di prevenire e contrastare la dispersione e di favorire il successo nell'assolvimento dell'obbligo di istruzione. Le strutture formative che concorrono alla realizzazione dei predetti percorsi e progetti devono essere inserite in un apposito elenco predisposto con decreto del Ministro della pubblica istruzione. ...."
In seguito il governo Berlusconi ha introdotto, emendando la legge 296 del 2006 attraverso l'articolo 64 della legge 133/08, la possibilità che l'obbligo scolastico, nel rispetto degli obiettivi di apprendimento generali e specifici, sia assolvibile anche attraverso percorsi di istruzione o formazione professionale (apprendistato)……..«L'obbligo di istruzione si assolve anche nei percorsi di istruzione e formazione professionale di cui al Capo III del decreto legislativo 17 ottobre 2005, n. 226, e, sino alla completa messa a regime delle disposizioni ivi contenute, anche nei percorsi sperimentali di istruzione e formazione professionale di cui al comma 624 del presente articolo».
Il Decreto Ministeriale 22 Agosto 2007, n. 139 infatti già citava:
Articolo 1
Adempimento dell'obbligo di istruzione
1. L'istruzione obbligatoria è impartita per almeno 10 anni e si realizza secondo le disposizioni indicate all'articolo 1, comma 622, della legge 27 dicembre 2006, n. 296, e, in prima attuazione, per gli anni scolastici 2007/08 e 2008/09 anche con riferimento ai percorsi sperimentali di istruzione e formazione professionale di cui al comma 624 del richiamato articolo.
2. L'adempimento dell'obbligo di istruzione è finalizzato al conseguimento di un titolo di studio di scuola secondaria superiore o di una qualifica professionale di durata almeno triennale entro il 18° anno di età, con il conseguimento dei quali si assolve il diritto/dovere di cui al decreto legislativo 15 aprile 2005, n. 76.
I governi Berlusconi, che si sono sempre arrogati il merito di aver elevato gli anni di obbligo, hanno di fatto provveduto - in maniera subdola - a ridurne la reale obbligatorietà introducendo la possibilità di conseguire l’assolvimento dell’obbligo scolastico nella formazione professionale e nell'apprendistato dopo il conseguimento del diploma della scuola secondaria di primo grado.
L’età per l’accesso al lavoro dai sedici anni  è tornata indirettamente ai 15 anni.
Al ministro Gelmini dobbiamo la Legge 30 ottobre 2008, n. 169 che fra l'altro modifica i metodi di valutazione dei ragazzi introducendo la valutazione del comportamento con attribuzione di un voto in decimi, espresso collegialmente dal consiglio di classe, che concorre alla valutazione complessiva delle studente e determina, se inferiore a sei decimi, la non ammissione al successivo anno di corso e all'esame conlcusivo del ciclo. Questo ha migliorato la scuola o ha reso la valutazione ancora più soggettiva?
Il MIUR, con circolare n. 14 del 23 gennaio 2012 relativa alle iscrizioni per il nuovo anno scolastico 2013/14 ha recepito il Decreto legislativo n. 167 del 14 settembre 2011 (Testo Unico sull'apprendistato), nel quale sono contenute le indicazioni per l'assolvimento dell'obbligo scolastico dei quindicenni. Secondo l'articolo 3 del Decreto, i ragazzi che hanno compiuto i 15 anni di età hanno la possibilità di assolvere l'obbligo di istruzione (anche coloro che non hanno conseguito la licenza media) tramite la stipula di un contratto di apprendistato per la qualifica e per il diploma professionale. L’art 1 del TU dell’apprendistato definisce: “L’apprendistato è un contratto di lavoro a tempo indeterminato finalizzato alla formazione e alla occupazione dei giovani.”

 Pertanto non si può quindi di certo dire che i ragazzi in apprendistato non siano lavoratori!


Il D.Lgs. n. 167/2011, in applicazione della delega conferita dall’art. 1, comma 30, della L. n. 247/2007, come sostituito dall’art. 46, comma 1, della L. n. 183/2011, ha riformato la disciplina del contratto di apprendistato, abrogando la normativa preesistente che è ora sostituita da un “Testo unico” di soli sette articoli. L’art. 7 del decreto, in particolare, introduce alcune disposizioni volte,
da un lato, ad assicurare il corretto svolgimento del rapporto di apprendistato e, dall’altro, a sanzionare eventuali condotte datoriali non in linea con alcuni principi che devono informare, ai sensi dell’art. 2 del Testo unico, tale tipologia contrattuale. Lo stesso art. 7 introduce inoltre alcune disposizioni volte a regolamentare il passaggio dalla vecchia alla nuova disciplina consentendo soloper un periodo limitato la stipula di contratti di apprendistato secondo il previgente regime e solo a determinate condizioni.
Le norme contenute nel D.Lgs. n. 167/2011 ‘Testo unico dell'apprendistato, a norma dell'articolo 1, comma 30, della legge 24 dicembre 2007, n. 247’, prevedono la possibilità di conseguire titoli di studio di competenza del sistema dell’IeFP (la qualifica professionale triennale oil diploma quadriennale), mediante il contratto di apprendistato, percorsi valevoli anche per l'assolvimento dell'Obbligo di istruzione, come da Legge 183/2010.
L’articolo 3 demanda la definizione dei profili formativi di questa tipologia di apprendistato alle Regioni e Province autonome, nell’ambito di un accordo da stipulare nella Conferenza Stato Regioni.
L'Accordo in Conferenza Stato-Regioni dei 27 luglio 2011, recepito con decreto interministeriale dell'11 Novembre 2011, integrato dall'Accordo in Conferenza Stato-Regioni del 19 gennaio 2012, istituisce, ai sensi dell'art . 18 del Decreto legislativo 226/2005, il Repertorio nazionale dell'offerta di Istruzione e Formazione Professionale e comprende figure di differente livello articolabili in specifici profili regionali sulla base dei fabbisogni dei territorio.
L’Intesa fra Ufficio Scolastico Regionale per l’Emilia Romagna e Assessorato Scuola del 09/01/2013 conviene di avviare i percorsi sperimentali di apprendistato per l’assolvimento dell’obbligo scolastico tramite gli Istituti Professionali statali compresi nella programmazione IFP. I profili formativi per l’apprendistato per la qualifica e la corrispondenza alle qualifiche professionali regionali conseguibili nel sistema di istruzione e formazione professionali già correlate con le figure nazionali sono stati regolamentati dalla Regione Emilia-Romagna con delibera n 775 dell’11/06/2012.
Peccato che i percorsi sperimentali di apprendistato per l’assolvimento dell’obbligo d’istruzione di cui all’art. 3 del decreto legislativo 167/11 non siano ancora stati attivati.
In data 9 gennaio 2013 è stata chiesta agli Istituti scolastici di esprimere la propria disponibilità di massima all’attuazione di tale sperimentazione, il 22 aprile 2013 è stato chiesto di presentare ufficialmente la candidatura entro i 18 maggio e il 15 maggio ne è stato prorogato l’inoltro al 30 maggio, ovviamente con preghiera di risposta TEMPESTIVA.
Sono trascorsi 10 anni in cui le normative si sono moltiplicate in un intreccio inestricabile di regole che non hanno ancora portato a niente di veramente concreto, salvo l'esponenziale aumento di dispersione scolastica, esattamente l’opposto del risultato che si voleva raggiungere.
E’ ovvio che le situazioni di incertezza in cui l’esecutività di norme viene rimandata a provvedimenti, regolamenti, accordi successivi, producono lo stesso risultato che si avrebbe in assenza assoluta di norme, in questo caso l’abbandono della scuola da parte degli alunni ancorchè in obbligo.
In riferimento all’obbligo scolastico (D.M. 139/77) necessiterebbe chiarimenti la normativa relativa alla validità dell’anno scolastico ai sensi dell’art. 14, comma 7 DPR n. 122/2009 ed al certificato di competenza (D.M. 9/2010).
Ai sensi del DPR 122/09,  per procedere alla valutazione finale di ciascun alunno,  è richiesta la frequenza di almeno  tre quarti dell’orario annuale personalizzato ed il mancato conseguimento del limite minimo ne comporta l’esclusione dallo scrutinio finale.
Tale anno scolastico, non valido ai fini dell’esito finale, può essere considerato valido ai fini dell’assolvimento dell’obbligo scolastico? (fino a 16 anni a partire dal 2007/2008 ai sensi del D.M. 22 agosto 2007, n. 139 - non si sa più quale norma citare- con il quale è stato innalzato l’obbligo a 10 anni).
Non mi pare che alcuna normativa lo chiarisca esplicitamente, ma la logica vorrebbe di no, almeno la mia.
Un alunno che ha frequentato con esito finale 9 anni di scuola + 1 anno non valutato per ingiustificate assenze (oltre 1/4 dell’orario personalizzato) o per totale mancata frequenza, ha assolto l’obbligo scolastico?
A che pro è stato istituito l’obbligo di frequenza  (¾ dell’orario personalizzato+eventuali deroghe) ai fini della valutazione se poi l’anno viene considerato ai fini dell’assolvimento dell’obbligo scolastico come se  l’alunno avesse regolarmente frequentato senza ottenere la promozione all’anno successivo? Non mi risulta che alunni  non frequentanti abbiano normalmente valutazioni che consentano loro la promozione. Quale deterrente all’assenteismo può essere minacciare una bocciatura che avverrebbe comunque?
Quale significato vogliamo dare alla presenza a scuola?
La norma, così interpretata, non funge né da stimolo alla frequenza, né a formarsi la consapevolezza di di aver scelto un percorso di formazione non adatto a quel particolare alunno in quanto permette di ottenere comunque l’assolvimento dell’obbligo scolastico e l’ingresso nel mondo del lavoro (a patto di trovarlo!).
Comunque sia i ragazzi che non terminano il percorso dei 10 anni d’istruzione, anche in assenza di certificato di assolvimento, potranno perdere tempo fino ai 18 anni, età in cui non avranno più bisogno di tale certificazione, ma resteranno comunque senza alcuna prospettiva per il loro  futuro.
Nel caso in cui si ritienesse valutabile ai fini dell’assolvimento anche l’anno non effettivamente frequentato e quindi non valutato, sorgerebbe comunque il problema circa l’effettuazione del certificato delle competenze e la sua efficacia. Naturalmente questa decisione, in assenza di un chiarimento normativo, viene demandata al parere soggettivo dei Dirigenti Scolastici.
L’Art 1 comma 3 DM 9 del 27.1.10 cita: “i consigli di classe, al termine delle operazioni di scrutinio finale, per ogni studente che ha assolto l’obbligo di istruzione della durata di 10 anni, compilano una scheda, secondo quanto riportato nella seconda pagina del modello di certificato di cui al comma 1. Le schede riportano l’attribuzione dei livelli raggiunti, da individuare in coerenza con la valutazione finale degli apprendimenti…”
Questa certificazione, oltre ai livelli,  dichiara contemporaneamente l’assolvimento dell’obbligo.
L’Art. 1 comma 2 sancisce: “Per coloro che hanno compiuto il diciottesimo anno di età è rilasciata d’ufficio”
Nella nota esplicativa  inviata alle scuole con le indicazioni per una corretta compilazione del modello contenute in una nota scaricata dal sito intranet del ministero, datata 21 aprile 2010 e firmata dal Capo del Dipartimento Giuseppe Cosentino vi erano diverse precisazioni:
…omissis….
“•           Dovrà costituire l’unico modello di certificazione a partire dall’a.s. 2010-11” (cosa vuol dire?)
“•           il certificato è compilato per tutti gli studenti a conclusione dello scrutinio finale delle classi seconde della scuola secondaria superiore……….”
“•           per gli studenti che hanno compiuto il diciottesimo anno e che non sono stati scrutinati a conclusione della seconda classe le scuole rilasciano d’ufficio l’attestazione di proscioglimento……………” (non era più chiaro lo stesso DM?)

Mi pongo alcune domande:


  • dato che uno studente che ha ripetuto l’anno a seguito di una non ammissione ha compiuto ugualmente i 10 anni di frequenza, perché si parla di certificato delle competenze specificando “classi seconde della scuola superiore”?



  •    In sostanza a cosa serve questo certificato? Sarebbe utile saperlo dato che dovrebbe essere l’unico modello di certificazione, ma di cosa e per fare cosa? Se serve solo alle famiglie, mi sembra un po’ riduttivo e inutile.

  •   Se questo strumento è così importante per “favorire l’orientamento per la prosecuzione degli studi ………” e intende rispondere all’esigenza di assicurare alle famiglie informazioni sui risultati di apprendimento in competenze, perché ad es.  nelle competenze relative all’asse dei linguaggi, si fa riferimento alla sola prima lingua straniera.? In una scuola dove si studiano ben 3 lingue straniere ha senso che le competenze siano calcolate solo per l’inglese e che altre materie siano escluse dalla valutazione proprio nel certificato che dovrebbe essere unico e significativo?


  •  Gli alunni  con assenze superiori ad ¼  del monte ore annuale non possono essere valutati quindi il C. di C.  non procede allo scrutinio. Come si potrebbe compilare un certificato delle competenze quando non possono essere presi in considerazione nemmeno gli eventuali voti presenti? Sarebbe d’altronde riduttivo compilare un certificato a competenze zero in ogni  asse culturale. Che valenza avrebbe un simile certificato considerando che dovrebbe costituire un importante strumento atto a sostenere i processi di apprendimento e favorire l’orientamento per la prosecuzione degli studi?
Infatti la nota del Dipartimento dell’Istruzione prot. 1208 del 12/04/10  precisa che l’attestazione di proscioglimento dall’obbligo nel caso di “non scrutinio” a conclusione della seconda classe debba essere rilasciata al compimento del 18° anno.
Dato che il certificato di  proscioglimento  si rilascia a 18 anni  pare  ovvio che si voglia indirettamente  intendere  che non si possa rilasciare  l’assolvimento a chi - pur avendo compiuto i 16 anni - non sia stato scrutinato al termine del 10° anno di scuola, altrimenti basterebbe essere iscritti a scuola e - pur non frequentando – ottenere il certificato di assolvimento, nessuno avrebbe bisogno di ottenere il proscioglimento a 18 anni!

Il grave problema è che in tutto questo marasma chi ne fa le spese sono comunque i ragazzi. Forse qualcosa di buono nelle riforme c'è stato ma si fa molto fatica ad accorgersene in quanto invece di tendere al miglioramento del precedente, si punta a distruggere totalmente il vecchio per dare l'impressione di rinnovare. Migliorare vuol dire conservare il positivo ed eliminare il negativo in una visione complessiva non ristretta ma ampia e proiettata al futuro. Non si possono spacciare per riforme i tagli sulle spese per la cultura perpetrati da tutti i governi, Italia ultima in Europa negli investimenti per l'istruzione, non può sperare di uscire da questo baratro di profonda ignoranza che sfocia in una inevitabile inciviltà.
Tagli sul personale, riduzione delle classi, inevitabile innalzamento del rapporto alunni/docenti, carenze nei fondi d'istituto, strutture obsolete a rischio "sicurezza" e privatizzazioni producono una scuola che sta sempre peggiorando.
Sicuramente i calcoli statistici che tanto piacciono ai nostri ministeri potrebbero a capire qualcosa di più se non fossero utilizzati solo per riempire pagine e pagine di relazioni che nessuno analizza.
Ma al di là dei numeri che comunque indicano un pericoloso allontanamento dei ragazzi dalla scuola, secondo me, non contano tanto le tipologie di materie insegnate, il numero delle ore o degli anni di scolarità, quanto la qualità dell’insegnamento, degli stimoli che si inviano, la curiosità del sapere.
La scuola italiana ha un impatto negativo sugli studenti perchè propone insegnamenti ripetitivi, uniformati e poco flessibili che male si adattano alle richieste e agli interessi specifici ed individuali degli studenti.
I programmi scolastici obbligano ancora gli studenti ad uno studio nozionistico e mnemonico  poco attraente per ragazzi che per crescere hanno necessità di un confronto umano in un contesto che non li sminuisca ma che gli consegni le basi per il loro sviluppo, l'incoraggiamento e l'impulso verso una vera formazione che duri tutta una vita.