Da bambina pensavo: “Gesù fammi riposare, fammi
smettere di pensare”, parlavo da sola e mi davo risposta, insomma ero compagna
di me stessa, mi domandavo perché la luna mi seguisse e fantasticavo immaginando
quante persone avessero pensato o fatto la stessa cosa nello stesso momento in
tutto il mondo.
Mi domandavo se fosse vero che eravamo unici e irripetibili o se
avessimo da qualche parte un nostro doppio identico, su questo o su un altro
pianeta.
Da bambina, sono sicura, ero pazza; anche se sarò
tediante, non voglio rinnegare una riga di quanto scrivo, sarebbe come tradire
me stessa.
Dicevo, da bambina ero pazza, di una pazzia che a volte mi
consolava, a volte mi faceva soffrire.
Vedevo mio nonno paterno, direte che è
normale…. peccato che mio nonno fosse morto quando io avevo solo due anni; lo
vedevo spesso camminare per la strada, io per un po’ lo seguivo ma lui non mi
riconosceva. Nessuno in casa si è mai saputo spiegare perché ricordassi con
tanta precisione e dovizia di particolari il breve periodo della vita passata
insieme.
Ricordo un viale alberato mentre mi portava sul
seggiolino della sua bicicletta a comperare le cipolle cotte nel forno a legna,
ricordo che mi avvicinavo al tavolo da pranzo e gli tiravo la giacca quando
mangiava il carciofo e arrivava al cuore che mi cedeva divertito. Avevo solo un
anno quando la nonna paterna è morta, ricordo il suo reggiseno con la coppa
imbottita per mascherare la mastectomia, ricordo il suo letto coniugale, suo capezzale
e la sua passione per il ghiacciolo alla menta.
Per anni mi è rimasto il
terrore che questa terribile malattia
potesse privarmi del simbolo stesso della femminilità, della maternità, forse l’unica
cosa a cui non pensavo era la vita. Durante l’adolescenza scrutavo con ansia il
mio seno appena abbozzato e avevo paura, paura che non l’avrei mai avuto, paura
che non avrei mai allattato i figli che già desideravo e avevo comunque il
terrore che prima o poi l’avrei perso. Ricordo che un giorno, correndo in un
campo, sono inciampata e cadendo sono andata a sbattere con lo sterno contro un
irrigatore. All’epoca si diceva che i colpi potessero favorire il “male”, mi
parve che non ci fosse più scampo. Se su un giornale si parlava del “brutto
male” correvo a lavarmi persino le mani come se quelle pagine di carta stampata
potessero contagiarmi. Dopo tanti anni ho saputo che il rischio di trasmissione
genetica di questo male corre per via femminile e quindi non avrei avuto più
probabilità di ammalarmi di qualunque altra donna.
Perché ho ricordi così
nitidi di quando ero piccina? Come faccio
a ricordare la mamma che mi cambiava sul tavolino di marmo della cucina
che era accanto alla stufa e mi lavava il sedere nel lavandino?
Da bambina pensavo che fosse un bel gesto donare, al
di fuori della chiesa, i soldi della paghetta appena ricevuta dopo la consueta
visita domenicale alla nonna materna, erano gli unici soldi che ricevevo ogni
tanto, a parte le 10 lire per ogni dieci preso alla scuola elementare, premio di
una vecchia zia quasi cieca e che
custodivo come un vero tesoro in un salvadanaio. Ho scoperto con delusione,
dopo essere stata redarguita, che la nonna non la riteneva una cosa buona. Ma
come! Il prete dice di donare ai poveri; ah, forse non è certo che sono poveri?
Forse sono fannulloni? Ma, a proposito, perché la Chiesa predica la povertà ed
è straricca e spende e spande per i suoi edifici, non credo che a Gesù Cristo
interessi tutto questo sfarzo! Scusa nonna se non m’importa! Uguale principio,
che per essere gentile chiamo diffidenza, l’ho trovato poi presente con stupore proprio nell'ambiente ecclesiastico dove
si consiglia vivamente di non fare offerte per strada, ma di devolverle alla
Chiesa che penserà poi a ridistribuirle ai poveri. Insomma, non bisogna fare la carità
agli sconosciuti! La cosa, detta così, mi è parsa
discutibile dato che mi avevano insegnato a tendere la mano ai bisognosi. Ho visto cacciare via
da ambienti caritatevoli un extracomunitario che cercava un paio di scarpe
perché non era orario di apertura al pubblico e perché non era del quartiere. Ho visto allontanare ragazzi che volevano
giocare a pallone dinanzi alla chiesa solo perché disturbavano le case vicine e
poi bisognava pagare l’illuminazione perché era sera. Meglio farli andare al bar.
Anche questo mi è sembrata un’interpretazione della Parola molto discutibile.
Fin da piccola mi hanno insegnato che se si cammina
sulla retta via, l’anima dopo la morte va in Paradiso con tutti i benefici del
caso. Avevo sei anni quando improvvisamente è morto un caro zio. Ricordo che
non capivo perché tutti piangessero. Dicevo: “Non piangere, adesso è ancora più
felice e poi quando moriremo lo ritroveremo in paradiso”. Beata innocenza, in
seguito ho imparato a piangere tanto bene che quando mi capitava di andare, per
dovere di educazione, a funerali di persone che non conoscevo, mi disperavo tanto che pareva che il defunto fosse un mio caro e, più mi immedesimavo, più piangevo.
Sono sempre
sembrata timida ma coraggiosa al tempo stesso, cercavo di farmi forza perché
amavo i miei genitori, ma la paura è sempre stata una costante, ma non paura per
me stessa, paura di procurare dolore o danno ad altri, conosciuti o sconosciuti
poco importava.
Immaginavo cose assurde, che un mio sbaglio potesse
far cadere in errore qualcuno, che a causa della mia malignità, indolenza o
incapacità qualcuno potesse pagare per qualcosa di cui io ero l’artefice
principale, quindi il mandante. Questo pensiero limitava la capacità di
scegliere quello che volevo veramente, cercavo solo di non fare una scelta che potesse
coinvolgere indirettamente altre persone da trascinare con me nel baratro, non
ero sicura dell’esistenza degli inferi ma, nel caso fossero esistiti, non
volevo infilarci qualcuno per colpa mia.
Nella mia testa di contestatrice però quale fosse o
non fosse “peccato” non era ben chiaro e l’insicurezza limitava ancor più i
miei movimenti, la mia idea era di larga manica, ma il mio dovere era di essere
restrittiva per il bene altrui.
Il senso di colpa non so chi te lo inculchi, non so se
nasce con te o se dipende dall’educazione ricevuta o dal tuo vissuto. Mi è
sempre piaciuto arrivare a fondo delle cose capendole, non ho mai sopportato di
saper fare una cosa senza comprenderne il significato; anche questo è un limite
perché se sai fare una cosa che oggi non capisci a fondo, domani se ne
comprendi l’importanza la potrai utilizzare.
Difficilmente ho potuto memorizzare e fare mie cose
che non capivo e per questo sono stata fondamentalmente una contestatrice.
Contestare può essere segno di grande riflessione come di grande ignoranza.
Tante
le domande che mi riempivano il cervello, quesiti che immagini di risolvere
quando sarai grande e capirai. Perché c’è una distinzione così netta nel
giudizio della gente fra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, fra il bello e
il brutto, come se non esistesse in mezzo nessuna sfumatura, tanta sicurezza quando
ci si rivolge ad un pubblico, ma quando la valutazione riguarda la nostra vita
privata nascono tante possibilità intermedie?
Per fortuna che questo accade, ma
non è una forma di ipocrisia?
Se è vero che la sofferenza è il prezzo del
nostro peccato e nello stesso tempo il prezzo per la nostra resurrezione perchè
gli animali non hanno un'anima ma soffrono anche loro?
Perché il colore della
pelle deve avere tanta importanza?
Perché è meglio essere bianchi e poi essere
schiavi dell’abbronzatura a tutti i costi?
Quando ero bambina - a Piacenza -
c’erano pochissimi stranieri, ma qualcuno veniva a studiare all’Università Cattolica.
Erano senegalesi, forse benestanti dato che potevano permettersi l’università
in Italia, ma erano comunque guardati “male”. Io li ammiravo e quasi li
invidiavo, avrei voluto fargli capire che non li discriminavo, non mi
interessava il colore della loro pelle, anzi la trovavo fantastica, lucida,
vellutata. Avrei voluto essere nera, mi
sarei sentita dalla parte dei giusti, degli oppressi.
Quando giocavo con gli
amici di mio fratello volevo stare nel gruppo degli indiani, quando tutti
volevano fare i cow-boys che li ammazzavano. Ricordo che a Barcellona, durante
una corrida, i mei genitori sono stati costretti a tapparmi la bocca perché
facevo il tifo per il toro. Quante cose non ho
capito e non capisco.
Non capisco perché le donne non possano essere
valutate per quello che sono, essere donna però mi piace, non vorrei essere
uomo nemmeno un minuto, così, per prova. Mi sono sempre sentita femmina anche
se non mi sono mai piaciuta esteticamente parlando. Perché le donne
devono essere sempre sfruttate,
sfruttate fino al midollo e l’uomo nemmeno se ne accorge. Non che essere donna
voglia dire essere brava e intelligente e buona però portiamo nel nostro DNA il
peso di tanto malcostume e ingiustizia che non ne possiamo proprio più, ma non
sappiamo come uscirne. L’unica via d’uscita è l’educazione che diamo ai nostri
figli, ma ci vorrà ancora tanto tempo perché le donne stesse si devono prima liberare
dai condizionamenti che subiscono da sempre per poter essere delle educatrici
equilibrate e serene. Non sopporto assolutamente di essere trattata come una
specie da tutelare, dobbiamo subire
delle regole assurde come le quote rosa. Non vogliamo niente gratis, vogliamo
conquistarcelo.
Perché il petto di un uomo che gira per strada a torso nudo non
fa scandalo? Un uomo può essere grasso e pelato ed essere considerato bello. Perché
se tocco la gamba di un uomo è una gamba e se un uomo tocca la mia è un
approccio sessuale? In fondo il corpo è solo carne. Tieni le gambe a posto,
signorina! Diceva una mia zia vedova e senza figli. Non sopportavo che s’intromettesse
nell’educazione che mia madre mi dava e che mio fratello potesse tenere in
quanto uomo un comportamento diverso dal mio. Non mi piacevo, ma pensavo che
presi singolarmente, occhi, bocca, orecchie, non avevano niente di sbagliato,
non capivo come mai, nell’insieme io mi sentissi così brutta.
A volte mi
stendevo sul tappeto e stavo lì, fin che ce la facevo, senza respirare.
Aspettavo che qualcuno si accorgesse di me pensandomi morta o agonizzante, ma
non ha mai funzionato, era solo un gioco.
Di certo non ho mai messo in dubbio
l’amore di mia madre nei miei confronti, non so che cosa volessi di più di
quello che già mi dava. E mangiavo, mangiavo e ingrassavo e mi prendevano in
giro bambini conosciuti e sconosciuti, mi sentivo inadeguata. Ricordo che un
giorno, avrò avuto 10 anni, ho mangiato da sola una faraona alla panna e non so
quant’altro. Quando ho capito che qualcosa non andava ho chiesto aiuto, volevo
andare da un dietologo, ma mio padre mi ha offerto in cambio una visita
psichiatrica. Sua figlia era perfetta,
forse era solo matta. Magari l’avesse fatto davvero! Mi sono aiutata da sola,
ho smesso di mangiare, ma dallo psichiatra avrei dovuto andarci ugualmente
perché mangiavo troppo poco.
Mi piaceva troppo il cibo e anche la vita era una
sfida cosicchè, complice lo “sviluppo”
sono dimagrita, ho ricominciato a mangiare e ho iniziato a volermi non dico
bene, ma di sicuro meglio. Però ero pazza lo stesso. Pazza ma perfetta perché
da un genitore perfetto non può che nascere un figlio perfetto. Certo perfetta
come potenzialità, ma da mio padre non ho mai ricevuto un complimento, una
gratificazione o per lo meno non me ne sono accorta.
Quando frequentavo la scuola elementare, capitava che alcune
mie compagne ogni tanto andassero all’ospedale per qualche piccolo intervento. Magari
fosse capitato a me pensavo...... Se mi fossero venuti a trovare avrei avuto l’opportunità di rendermi conto se a qualcuno
importava di me. Ho pregato che mi venisse l’appendicite, mio fratello aveva
rischiato la peritonite e mi pareva fortunato.
La moda cambia, ma a volte è strano. Pensate che quando ero ragazzina, e non era medioevo, i
maschi andavano a scuola con i calzoni corti anche d’inverno: ora se ti
presenti a scuola così ti arriva una nota sul registro “veste in modo non
consono”. A volte non so se eravamo più bigotti allora o adesso.
Sono confusa, forse rientra nel problema della mia pazzia.
Che differenza fa. Capelli lunghi o
corti, barba o non barba….. ma che barba! Tutte cose inutili, solo apparenza e
niente sostanza. “Papalone, te quiero mucho!” ti dicevo padre mio all’età di 2
anni, ma quando ho cominciato ad avere paura sentendo il tintinnio delle tue
chiavi mentre ti avvicinavi alla porta di casa?
Mia madre era un angelo, non ci sono molte parole per
descriverla, la persona più sincera e disponibile che io abbia conosciuto, un
carattere dolce, senza difetto alcuno se non quelli che lei stessa dichiarava
con la sua trasparenza. Avrei voluto somigliare a lei, a lei che amava la vita
e le persone come se tutto fosse bellezza, a lei che è morta a solo 53 anni.
Solo un anno in più ed anch’io avrò la stessa età e ho sempre pensato che per
me è impossibile superare quella soglia perché non riesco ad immaginarmi –
vecchia - fra le braccia della mia bellissima mamma. Non che non portassi amore
per mio padre, lo stimavo per l’altruismo e la bontà che sapevo avere dentro,
avevo riscontri tangibili, persone che mi ringraziavano per strada per la sua
generosità, ma il suo carattere chiuso, esageratamente severo, me lo rendeva
incomprensibile, ostile e inaccessibile. No perché no, si perché si; non è
facile da accettare, così come non era facile accettare l’eccessivo nervosismo
verso la mamma e verso qualsiasi cosa si facesse senza il suo preventivo
consenso.
Loro si amavano, ma io avrei voluto che si separassero per vedere la
mamma libera di esprimersi, di volare come meritava. Strano no? Di solito i
figli vogliono tenere i genitori uniti anche nei casi più disperati, io al
contrario li volevo dividere, altro sintomo della mia pazzia? Mio padre ora è un
morbido pezzo di pane.
Le manie sono state per anni il mio grande problema;
paura di non aver chiuso bene la porta di casa, paura di aver lasciato il gas
aperto, paura di non avere staccato la spina del ferro da stiro. Queste ed
altre fobie erano alimentate dal terrore che una mia dimenticanza potesse
procurare un danno grave ad altri, non potevo rischiare di arrecare un danno
per mia colpa. Il senso di colpa in me era fin troppo ben radicato. Queste
psicosi mi hanno tormentata per anni rendendomi la vita pesantissima, ad ogni
cosa che facevo associavo un effetto potenzialmente pericoloso per ricaduta su
altri.
Per la porta di casa si apriva il discorso ladri, non
per quello che potevano rubare, c’era ben poco, ma per il pericolo di trovarli
in casa, per il gas immaginavo già il palazzo esploso, il ferro da stiro invece
la causa di un corto circuito con annessi fuoco e fiamme e così via…. Ma non
solo queste eventuali dimenticanze mi ponevano problemi, anche azioni od omesse
azioni.
Ormai ero grande ma i miei fantasmi continuavano a perseguitarmi. A 18
anni non volevo prendere la patente per non essere causa di inquinamento e per
non rischiare di fare incidenti e fare male a qualcuno. Fortunatamente,
dopo la maturità, alla prima domanda di lavoro mi dissero che se non ero automunita, di lavorare, non se ne parlava nemmeno,
quindi mi iscrissi all’autoscuola.
Come tante ragazze della mia età ho ricevuto
insegnamenti derivanti dalla cultura cattolica. Fare domande a quei tempi non era
utile, si trattava solo di ottemperare comandamenti e rispettare dogmi. Diciamo che per una che digeriva solo
quello che capiva era già un grosso problema ma era anche acuito dal fatto che mio padre diceva
che i preti non sbagliavano mai perché Dio parlava per loro tramite. Sta di fatto
che nonostante contestassi tantissime cose della Chiesa, mi restavano incollate
addosso un’infinità di paure indotte da
quell’insegnamento.
Mi sono chiesta un giorno quale fosse il mio ultimo
desiderio prima di morire. Ero molto giovane ed ho pensato che avrei voluto
provare cosa volesse dire fare l’amore….. e poi mi sono detta: "Brava! Fai una
vita cercando di evitare i peccati e poi, sai che devi morire e scegli proprio
il peccato che hai cercato di evitare fino ad ora per andare all’inferno in
compagnia?"
E mi convinsi che era giunta l’ora di scegliere e di
concedermi all’amore della mia vita, ma nonostante le precauzioni per non
rimanere incinta, quando mi ammalavo, cercavo
di non prendere medicine che potessero danneggiare un feto, non si sa mai!
A volte ho desiderato morire anche se non so fino a
che punto, forse è una sensazione che prima o poi provano tutti, almeno per un
attimo, ma comunque non rientrerebbe nelle
mie possibili opzioni far soffrire qualcuno per un procurato decesso per cui
mi sono sempre tenuta salda la mia vita finchè morte naturale o accidentale ci
separi.
E’ il dolore degli altri che non riesco a sopportare, non capisco il
motivo per cui la vita regala a qualcuno tanta gioia e a qualcuno tanto dolore,
a volte senza mezze misure.
Proprio perché non sopporto il dolore altrui, ho
gettato nella spazzatura il diario della mia adolescenza.
Anche se con qualche problema di “pazzia giovanile” io
sono fra le persone che immeritatamente hanno avuto una vita di gioia e pure
questo, tanto per cambiare, mi fa sentire colpevole!
Ma la mia vita ha fatto un
autentico balzo in avanti dal momento in cui all’età di circa 16 anni ho conosciuto il ragazzo con il quale sono sposat da 30 anni.
Un'accoppiata vincente, mi ha aiutata a crescere liberandomi a poco a poco dalla
zavorra che mi impediva di essere me stessa, ha sciolto le catene con le quali io
stessa mi ero legata.
Questa fase della mia vita è ancora in evoluzione,
ci sto ancora lavorando, ma questa è un’altra storia.