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martedì 11 novembre 2014

rossetto rosso acceso

Adoro le signore la cui età non è indefinita, anzi direi evidenziata dal loro vezzoso rossetto rosso……
Passeggiano a testa alta per la città, un tocco di ombretto sugli occhi e vedono la città a colori.
Le immagino lasciarsi trasportare con gusto sul tapis roulant del tempo e assaporare la vita fino all’ultimo boccone, non con ingordigia, a poco a poco, utilizzando tutti i sensi.
Superato il dubbio fanciullesco se sono loro a muoversi o si spostano le cose intorno a loro, sono ormai certe che la vita è un gioco a rimpiattino, c’è chi rincorre, c’è chi si nasconde, ma i ruoli cambiano di volta in volta a seconda di chi vince e prima poi si vince, questa è statistica!
Non piangono quando perdono, “tenta e ritenta, la pazienza non è mai troppa” dicono e lo mettono in pratica.
Belle queste donne che sanno cogliere le rose, si soffermano ad ammirarne il colore annusando a piene narici il loro profumo e godono della delicata sensazione che si prova a toccarne i petali vellutati.
Non sono le spine a fermarle, sono loro a decidere quando e dove fermarsi o sostare solo un poco come le farfalle sui fiori.


lunedì 7 aprile 2014

una patata fuori stagione - metafora

Di sicuro ho un difetto, si fa per dire…….., sono molti di più di uno, comunque una cosa che purtroppo non faccio quasi mai è eseguire alla lettera qualsiasi tipo di istruzione o insegnamento, tendo a personalizzarli, preferisco fare esperienza pratica e scoprire i miei errori “sul campo”.
E proprio di campo volevo parlare, infatti l’anno scorso mi sono cimentata nella semina delle patate cercando straordinariamente di attenermi alle spiegazioni del testo che mia figlia mi aveva opportunamente regalato e dopo aver vangato, concimato, seminato, distanziato, innaffiato e zappettato, il raccolto è stato ugualmente demoralizzante.
Ieri era una meravigliosa giornata e ho pensato di preparare il terreno alla prossima semina e mentre rivoltavo zolle di terra fra le quali spuntavano grassi lombrichi ed estirpavo erbacce, solo venute alla luce alcune patate ancora attaccate alla loro verde piantina.
Nella mia ignoranza, ebbene si, lo ammetto, mi sono domandata se  quel grappolo di tuberi fossero già il frutto di quella piantina o se fossero semplicemente l’origine della piantina.
Insomma, nonostante il dubbio amletico che mi arrovellava su chi fosse nato prima fra l’uovo e la gallina, un’idea me la sono fatta. La scienza indubbiamente non riesce a spiegare tutto quello che avviene in natura, ma chi semina, prima o poi qualcosa raccoglie.
Forse non nei tempi stabiliti, forse non nella quantità sperata, probabilmente non sempre preceduta da un’eclatante esplosione di fiori profumati, ma anche se al buio e ben nascosto sotto terra, qualche frutto arriva sempre anche se la pianta - come in questo caso, la parte verde della patata - è anche un po’ velenosa!



mercoledì 13 novembre 2013

ORIZZONTE LETTERARIO CONTEMPORANEO


La scorsa estate ho ricevuto un e-mail da Daniel Dragomirescu, editore di "Contemporary Literary Horizon"/"Orizzonte Letterario Contemporaneo", una rivista interculturale fino a quel momento per me sconosciuta, mi chiedeva molto gentilmente se ero interessata a collaborare fornendo loro una contribuzione di natura letteraria, artistica o culturale.
E’ stata per me una vera sorpresa anche perché non capivo come avesse saputo della mia passione - a volte vera e propria necessità - di esprimere a parole e non solo a parole, i miei pensieri.
Dopo aver chiesto alcune spiegazioni ho saputo che mi ha conosciuto attraverso l’attività del mio blog.
Devo dire che sono stata in un primo momento molto lusingata, ma riflettendoci meglio mi sembrava strano perchè non mi ritenevo all’altezza di tale richiesta.
Ovviamente ho fatto alcune ricerche per accertarmi che si trattasse di una proposta seria e son rimasta meravigliata nello scoprire il valore intrinseco della Rivista multiculturale OLC la quale ha come finalità l’intento di valorizzare una profondità spirituale che puo’ emergere solo da varieta’ di espressioni indipendenti da schemi precostituiti e permette quindi di "liberare" la comunicazione fra le mille sfaccettature della nostra “diversità”.
Autori di tutto il mondo convergono in questa rivista senza alcuna discriminazione ed è questo motivo che mi ha convinto a dare il mio piccolissimo contributo perché  le molteplicità di espressioni sono alla base dell’arricchimento culturale di tutti.
Oggi ho ricevuto – tramite servizio postale - la mia copia della rivista in cui sono pubblicate due mie poesie "DIVERSA DA TE" e "SE FOSSE SERA" che sono state anche tradotte in lingua rumena e ne sono orgogliosa.
Se volete visitare il blog di Daniel Dragomirescu
 http://contemporaryhorizon.blogspot.it/ 

troverete pubblicato un post del 20 ottobre con l’immagine della copertina della rivista bimestrale e l’elenco degli autori, mi troverete nel sommario sotto la voce   ALTRI ORIZZONTI POETICI.



Se volete rileggere "diversa da te" la trovate nel mio post del 3 dicembre 2012
http://cuoredisasso.blogspot.it/2012/12/diversi.html



se fosse sera

Vorrei che fosse sera
per restare con te
nella pace del tuo respiro
coperta dal tuo calore
nel palmo della tua mano













martedì 1 ottobre 2013

oggi nonna!

Stamattina finalmente la telefonata: Chiara è in travaglio e avrà il suo bambino!
Nella sala d'attesa prendo carta e penna e per passare il tempo scrivo:

Stai nascendo, non so ancora come sarai fatto, se sarai maschio o femmina, per il momento mi rivolgo a te con il genere maschile, come si fa di solito quando si parla del "bambino".
Mentre nasci vorrei scriverti qualcosa di importante, quelle frasi giuste che quando uno le rilegge pensa: "ma davvero le ho scritte proprio io?", insomma qualcosa di intelligente, ma in testa ho solo soffice ovatta.
Una vita nasce, la natura ha il sopravvento e cerca di ignorare quello che di negativo la circonda, l'amore è sempre più forte del dolore e della paura.
Nasci oggi, io lo sapevo, non dicevo niente, ma lo sapevo. Non voglio dire che sesso hai, ma credo di sapere pure quello, nasci nel giorno in cui è nata la mia mamma.
Tua madre non l'ha mai conosciuta ma porta il suo nome e lo porta benissimo, sembrano gemelle nell'anima, due persone fantastiche.
Il giorno in cui io sono nata, l'11 agosto era il suo onomastico ed è quindi l'onomastico di tua mamma che festeggia il suo compleanno l'11 ottobre.
Tu non potevi che nascere oggi e se sarai femmina ti chiamerai Agata, se sarai maschio Pietro.
Questi i nomi che i tuoi genitori hanno scelto per te, pensandoci e ripensandoci per nove mesi, apprezzali, sarà bello chiamarti, col tuo nome andrai a spasso e crescerai e sarà bellissimo come te.
La tua mamma ad esempio calza il suo nome a pennello, Chiara è limpida, semplice, bella, solare e piena di vita e sarà per te una mamma coi fiocchi e io ho avuto la fortuna di essere qui ad attendere la tua nascita!
Sono qui a parlarti e non sei ancora nato piccolo cucciolo, in attesa di sapere quale fiocco appendere alla mia porta, ne ho uno rosa e uno azzurro, quelli che ho appeso quando è nata tua madre e i tuoi due zii che sono anch'essi ansiosi di conoscerti insieme a tuo nonno che è qui con me.
La tua mamma in questi ultimi giorni ha confezionato per te un grande sole giallo da appendere alla porta della sua casa e avvisare tutti della tua nascita. L'ha confezionato con una grandissima cura, cucendolo a mano e creando anche il tuo nome da appendere sotto con tanti sonaglini che suonano a festa. Ovviamente ha composto entrambi i nomi, perchè solo oggi sapremo come ti chiamerai.
Ha scelto il sole, simbolo di vera gioia, luce, calore, senza il sole non c'è la vita. E' una scelta chiara di speranza e d'amore.
Il tuo papà è vicino a voi ora, respira con la tua mamma ogni momento della tua attesa.
Sei fortunato tesoro, nasci con la camicia, non per ciò che possiederai, ma per l'amore che ti accoglierà fuori dal grembo materno, come una coperta calda ma leggera ti avvolgerà e ti scalderà senza appesantirti e quando sarà il momento ti aiuterà a volare.
Non ti mancherà il ventre della mamma, avrai tante cose da scoprire e fino a che i tuoi occhi non vedranno più chiaro ti accompagneranno le carezze e le dolci voci dei tuoi genitori, le stesse amorevoli voci che ti hanno già letto tante belle storie e ti hanno raccontato il loro amore attraverso le loro emozioni.

Sei nata, ti ho appena vista in braccio al tuo papà, sei bella come il sole, sapevo che saresti stata AGATA, alla mia porta metterò il fiocco rosa, quello di 27 anni fa quando è nata tua madre.

AUGURI alla nuova famiglia che oggi inizia un percorso tutto da scoprire!


Agata in braccio al suo papà, appena nata!

sabato 14 settembre 2013

lettera a un amico

Credo che ognuno di noi un giorno qualsiasi abbia preso carta e penna per scrivere ad un amico
Questa è un'ipotetica lettera ad un amico/amica


Carissimo amico,

amare non è mai un errore, è la cosa che meglio vorrei saper fare; l’amore non ha sesso, non ha razza, non ha religione, non ha età, non è bello, non è brutto, non ha nemmeno un quoziente intellettivo.
Il desiderio di amare è già amore, ma siamo esseri imperfetti e facciamo tanta confusione, con fatica  districhiamo i contorti pensieri che ci assillano la mente, che pare quasi entità autonoma, separata dal nostro corpo.
Rimaniamo perplessi, scoraggiati perché questo amore che cerchiamo di mettere sulla bilancia non ha peso e sfugge a qualsiasi tipo di valutazione quantitativa. L’amore non ha prezzo.
L’amore è dappertutto, anche dall’odio spunta l’amore, anche calpestati, feriti, offesi, torniamo ad amare.
Certo vorremmo sentirci contraccambiati, stimati, coccolati, siamo tristi e forse ciechi e abbiamo bisogno di rassicurazioni e di contatto fisico.
Ma l’amore è vincente, più forte di tutto anche quando non te lo aspetti.
Sono troppo fortunata per piangere, però mi capita di farlo perché è facile a volte sentirsi incompresi e indifesi, ma volendosi bene tutto può essere risolto, ogni errore può essere perdonato.
Mi innamoro delle persone, veramente, a volte mi sento come un cucciolo che insegue la prima carezza, ma questo desiderio d’affetto mi ha procurato anche molte delusioni. Mi piacerebbe dire amore, senza fraintendimenti, perché amicizia e rispetto sono già amore e nell’amore non esiste un fine, uno scopo, se non quello di amare.
Non so se il mio comportamento ha compromesso un’amicizia, sono stata troppo egoista, eccitata dal piacere di spiegare me stessa, inebriata dal fatto che tu mi ascoltavi, forse non ho capito quello che volevi comunicarmi, forse non ti ho rispettato quando  non volevi dirmi niente.
Forse utilizzo troppe parole, ci sono momenti bellissimi in cui il silenzio ha un significato che supera di gran lunga le parole le quali possono invece celare doppi sensi ed essere mal tradotte come si fa con un linguaggio sconosciuto, però anche al silenzio possiamo dare una diversa interpretazione a seconda del nostro stato d’animo. Bisognerebbe allora basarsi solo sui fatti? Ma come si fa giudicare dai fatti, anche quelli sono influenzati da mille fattori. Parlando con te, conoscendoti, ho capito che la realtà a volte si mischia con la fantasia, è imprevedibile e non si può mai giudicare ciò che non si è provato. Ragion per cui è impossibile giudicare gli altri perchè ognuno ha un'esperienza diversa, assolutamente unica nella quale non ci si può immedesimare. In quanto a giudicare noi stessi............ siamo sicuramente troppo parziali e allora?
 Mi piacerebbe capire ed essere capita, ma le parole non riescono facilmente a definire uno stato d’animo. Se le emozioni che intercorrono fra due persone sono complementari o condivise  a volte non servono.
Insomma, capirsi è veramente un grosso lavoro, è cogliere un insieme di sfumature, è utilizzare tutti i nostri sensi, è entrare nell’altro come in un atto d’amore, a poco a poco, senza violenza,  per conoscerlo nel suo intimo, non per cambiarlo,  per trovare punti di contatto pur rispettandone le differenze.
Solo nelle mie poesie ritrovo tutta me stessa, sempre, come si sfoglia un album di fotografie io sfoglio l’album dei miei sentimenti.
Ti ringrazio per avermi dimostrato amicizia, pazienza e rispetto. Non mi fingo diversa da quella che sono, a costo di perderci, perché non m’ interessa essere apprezzata per meriti che non ho, vorrei essere trasparente, non per non essere vista, ma al contrario, per essere letta dentro.
Conoscerti è stato  puro piacere, desiderio di affetto, di dialogo, l’amicizia non ha un fine come non ne ha l’amore.
Mi sei sembrato speciale, dolce, generoso, affettuoso e ti ho voluto bene anche se probabilmente sono stata a volte impossibile, pedante, inopportuna.
Forse avevo semplicemente bisogno di parlarti, ma non si può avere sempre un amico in tasca.
Così ti scrivo.
Senza alcuna presunzione, ma con un po' di timore, spero che anche tu abbia qualche bel ricordo che mi contenga.
Quando vorrai, sarò contenta di aprire le braccia  per accogliere un amico.

Con affetto


martedì 20 agosto 2013

Il giorno delle nozze

Era il giorno del mio matrimonio e, per coerenza, non volevo sposarmi senza prima essermi liberata dagli ultimi “peccati”.
Dopo essermi recata  dalla parrucchiera per una semplicissima acconciatura, sono entrata nella vicina Chiesa di Santa Maria di Campagna.
Ho scelto quella chiesa perché non era la mia ed era la più vicina altrimenti avrei rischiato di perdere per strada il proposito di confessarmi. Un altro motivo era perché c’erano i frati, solitamente più  a contatto con la gente e con la realtà,  considerati quindi più benevoli dei preti.
L’unica cosa di cui ero sicura era che volevo Mario, lo amavo e vedevo la mia vita solo con lui che mi sposava in Chiesa solo per amore mio, ma era ugualmente rispettoso del rito che lo attendeva.
Entrata in quella  Chiesa, intimidita dalla maestosità e dal buio violato qua e là da qualche gioco di luce che dai vetri colorati penetrava e colpiva i dipinti sacri, cercavo invano un frate, ma non  era  presente nessuno e i confessionali erano vuoti.
Ho suonato il campanello apposito per la chiamata dei fedeli che vogliono interloquire e dopo un po’ è arrivato.
Avevo già pensato, nel frattempo, di scappare via, ma non potevo fare questo proprio il giorno del mio matrimonio……
Ero timida, ma pensavo che non fosse giusto sentirsi così a disagio, in fondo il compito della Chiesa è quello di accogliere i peccatori, non di giudicare!
Poco dopo, nel confessionale, ero alle prese con l’Atto di Dolore, preghiera che ho sempre avuto paura di sbagliare e mi domandavo se in fondo queste convenzioni fossero così necessarie, ma era venuta anche l’ora di confessare i miei peccati, ero venuta per questo e sarebbe stato il massimo mentire proprio adesso, nessuno mi aveva costretta!
Ovviamente confessai di non essere più illibata e non ricordo le parole precise del frate, ma suonavano all’incirca così: “Il vostro matrimonio inizia su basi sbagliate e non durerà”.
Non è stata certo la frase che mi sarei aspettata di sentire, nonostante tutto ero una brava ragazza, 22 anni appena compiuti, che si accostava al sacramento del matrimonio convinta e innamorata.
Mi parve una frase cattiva, crudele, che indicava un destino già segnato.
Non ricordo nemmeno la formula dell’assoluzione, quasi non mi fosse stata data.
Mi era già capitato di non sentirmi accolta, quella volta era un prete. Anche lui non mi conosceva.
Avevo insistito tanto perché il mio fidanzato partecipasse  ad una messa domenicale e, quel giorno, ero riuscita a convincerlo ad entrare nella bellissima chiesa di S. Francesco, dato che eravamo a passeggiare nel centro storico della città.
Entrammo timidamente in chiesa a messa iniziata e ovviamente rimanemmo in fondo.
La chiesa è piuttosto lunga per cui la distanza fra noi e il parroco era notevole.
Ricordo di aver bisbigliato una parola alle orecchie di Mario, contenta di averlo al mio fianco.
La voce possente del prete tuonò: ”Le persone che stanno lì in fondo e disturbano possono anche uscire”.
Non riuscivo a capacitarmi né di come avesse fatto ad accorgersi che eravamo entrati, né di una parola detta sottovoce, comunque non poteva che riferirsi a noi per cui uscimmo subito increduli e offesi.
Forse non si può definire cattolico chi non professa con tutti i crismi e i dettami prescritti la religione, ma io so che se Mario è un ateo è l’ateo più somigliante ad un vero cristiano che io conosca.

Comunque, tornando al 20 agosto 1983, nulla potè turbare il nostro giorno di nozze  di cui oggi festeggiamo il 30° anniversario per nulla scalfitto da alcun malaugurio!




lunedì 12 agosto 2013

un piccolo piede, un primo passo

Puoi avere un’idea di come vorresti vivere la tua storia, ma non sarebbe  giusto plasmarla per farla entrare nelle vesti immaginate, solo vivendola scopri  veramente quello  che vuoi davvero e cosa diventerà ……….. a questo pensavo oggi mentre mi aggiravo nel greto del fiume, anche i miei sassi assomigliano a quello che immagino, ma solo  nel momento in cui incontro quella forma e solo quella, unica fra tantissime altre diventerà……..
Anche la mia storia, quel giorno, è iniziata sul greto del fiume.
Per la prima volta si sarebbe realizzato un sogno, un ragazzo mi aveva invitato ad andare al cinema con lui, ma come spesso capita, i genitori rompono in mille pezzi i piani dei figli e mio padre decise proprio quel giorno di portarci al fiume Trebbia. Non era affatto contemplata la possibilità di dire che non volevo andare e così, come succede ai veri sogni, il risveglio fu una delusione.
Ma la vita ha sempre in tasca qualche sorpresa - come una mia vecchia zia - e quello che mi è capitato poi era veramente  inimmaginabile.
Mio padre ci portò in una località dove non eravamo mai stati; ricordo che per raggiungere il fiume siamo passati su una strada privata e il proprietario si è piuttosto arrabbiato, ci hanno rincorso le api che hanno punto proprio mio padre e per finire, giunti sul greto,  abbiamo notato con dispiacere che in quel tratto non c’era nessun “bucone” per fare il bagno, ma un raschio con molta corrente.
Non era per niente entusiasmante considerando a cosa avevo dovuto rinunciare……. ma il caso a volte diventa complice tanto che a chiamarlo così pare di offenderlo, forse è più romantico chiamarlo “fato”. Beh, non ci crederete ma sull’altra sponda del fiume c’era Mario, il ragazzo con il quale volevo uscire. Aveva optato per il Trebbia dopo che io gli avevo dato “buca” e insieme ad alcuni amici avevano scelto di fermarsi proprio in quel posto anche loro per la prima volta.
Anche se fossi un matematico non riuscirei a calcolare la probabilità che un evento simile potesse accadere.
Quel giorno raccolsi un sasso a forma di piede che conservo ancora con una data scritta sopra ed era veramente solo il primo passo di una lunga storia, dopo due giorni sono diventata la ragazza di Mario, dopo sei anni ci siamo sposati, fra pochi giorni festeggerò il trentesimo anno di matrimonio e fra un mese sarò già nonna!



venerdì 14 giugno 2013

Era una mattina qualsiasi

Era una mattina qualsiasi, una di quelle che hai tante cose per la testa ma non sai bene  a cosa stai pensando. Vorresti avere un registratore cerebrale per poter finalmente razionalizzare, la sera, con calma, quanto si è accumulato nella mente in maniera sparsa e apparentemente casuale durante la giornata.
E’ come se il tuo corpo fosse percorso a tratti da improvvise energie che t’illuminano per un attimo, per poi lasciarti subito dopo come lampi nella notte che, dopo averti abbagliato, ti fanno sprofondare in tenebre ancor più profonde.
Ti ricordi le cose più banali, non certo quelle che ritenevi vitali e ti senti come se ti fosse sfuggita per sempre la chiave per la soluzione dei problemi della vita.
Di quella mattina ricordo -ad esempio- un uomo anziano, con un grosso naso, fermo dinanzi al cartello che segnala il punto dove i bambini  aspettano di essere accompagnati alla scuola elementare dai volontari; lo immaginavo dire  fra sè: “ma cusa l’é il pedibus?”
Più avanti, dinanzi ad un semaforo rosso, una suora sembrava combattuta ed io la immaginavo ripetere mentalmente: “Non puoi attraversare, anche se non passa nessuno, bisogna rispettare le regole”, mentre i suoi piedi scalpitavano nervosi.
Un uomo camminava per la strada con il telefonino alle orecchie e sorrideva.
Era bellissimo vedere il suo sorriso compiaciuto mentre ascoltava qualcuno all’altro capo, chissà, forse all’altro capo del mondo.
Avrei voluto strapparglielo dalle mani per dire a quella persona: “Sta sorridendo, sta sorridendo per te”
E’ bellissimo un sorriso, è come l’apertura fra le nuvole quando appare il sole e mi sembrava sprecato, eppure  - ho pensato -  anche una videochiamata non avrebbe reso giustizia; il volto era completamente libero di esprimersi, senza vedersi queste persone davano libero sfogo all’immaginazione, percependo le emozioni l’uno dell’altro dal solo tono della voce.
Intanto mi domando dove sono finite tutte le cose importanti che avevo sicuramente pensato, forse in qualche angolino del mio cervello e, se mi sforzo, posso ritrovarle, ma non ho voglia di rincorrerle.
Lascio che i miei pensieri scorrano liberi, stupidi, incongruenti, belli, brutti, voglio lasciarmi attraversare dal mondo, ma senza rimanerne schiacciata.
Non ho imparato ad accettare tutto, ma a capire che tutto può rientrare in un contesto di normalità, anche se può far male, a sé e agli altri.
Accettazione ma non passività, quella serenità di spirito che ti fa capire che tutto può accadere, anche a te, e non serve demonizzare gli eventi o le persone, ma è utile reagire per trovare soluzioni.
A comporre la singolarità di ogni individuo concorrono potenzialità e attitudini, non sono solo il DNA, corpo e mente si mescolano in un amalgama che non ha eguali, la cui composizione si confronta con le variabili ambientali, con i sentimenti, con i giochi dettati dalla pura casualità, dalla volontà e dalla tenacia che ognuno di noi riesce a estrinsecare. Ma la nostra unicità non significa immobilità,  siamo esseri in continuo cambiamento, non possiamo sapere cosa significherà per noi il prossimo istante, cosa comporterà incrociare un nuovo sguardo, cosa scatenerà in noi un nuovo bisogno.  Anche se pensiamo di conoscerci perfettamente, anche dopo una sincera introspezione, non potremo mai dire “Mai”.

Anche il mio attuale black-out è normale, tutto si confonde, il cervello vaga in un limbo d’idee ovattate che viaggiano come cumuli spinti dal vento, a tratti debole, a tratti forte, si uniscono uno all’altro formando un’unica grossa nube per  tornare a separarsi dopo poco lasciando il mio corpo come inerte spettatore.

sabato 18 maggio 2013

Ero pazza e sono guarita?




Da bambina pensavo: “Gesù fammi riposare, fammi smettere di pensare”, parlavo da sola e mi davo risposta, insomma ero compagna di me stessa, mi domandavo perché la luna mi seguisse e fantasticavo immaginando quante persone avessero pensato o fatto la stessa cosa nello stesso momento in tutto il mondo.
Mi domandavo se fosse vero che eravamo unici e irripetibili o se avessimo da qualche parte un nostro doppio identico, su questo o su un altro pianeta.
Da bambina, sono sicura, ero pazza; anche se sarò tediante, non voglio rinnegare una riga di quanto scrivo, sarebbe come tradire me stessa.
Dicevo, da bambina ero pazza, di una pazzia che a volte mi consolava, a volte mi faceva soffrire.
Vedevo mio nonno paterno, direte che è normale…. peccato che mio nonno fosse morto quando io avevo solo due anni; lo vedevo spesso camminare per la strada, io per un po’ lo seguivo ma lui non mi riconosceva. Nessuno in casa si è mai saputo spiegare perché ricordassi con tanta precisione e dovizia di particolari il breve periodo della vita passata insieme.
Ricordo un viale alberato mentre mi portava sul seggiolino della sua bicicletta a comperare le cipolle cotte nel forno a legna, ricordo che mi avvicinavo al tavolo da pranzo e gli tiravo la giacca quando mangiava il carciofo e arrivava al cuore che mi cedeva divertito. Avevo solo un anno quando la nonna paterna è morta, ricordo il suo reggiseno con la coppa imbottita per mascherare la mastectomia, ricordo il suo letto coniugale, suo capezzale e la sua passione per il ghiacciolo alla menta.
Per anni mi è rimasto il terrore che questa terribile malattia  potesse privarmi del simbolo stesso della  femminilità, della maternità, forse l’unica cosa a cui non pensavo era la vita. Durante l’adolescenza scrutavo con ansia il mio seno appena abbozzato e avevo paura, paura che non l’avrei mai avuto, paura che non avrei mai allattato i figli che già desideravo e avevo comunque il terrore che prima o poi l’avrei perso. Ricordo che un giorno, correndo in un campo, sono inciampata e cadendo sono andata a sbattere con lo sterno contro un irrigatore. All’epoca si diceva che i colpi potessero favorire il “male”, mi parve che non ci fosse più scampo. Se su un giornale si parlava del “brutto male” correvo a lavarmi persino le mani come se quelle pagine di carta stampata potessero contagiarmi. Dopo tanti anni ho saputo che il rischio di trasmissione genetica di questo male corre per via femminile e quindi non avrei avuto più probabilità di ammalarmi di qualunque altra donna. 
Perché ho ricordi così nitidi di quando ero piccina? Come faccio  a ricordare la mamma che mi cambiava sul tavolino di marmo della cucina che era accanto alla stufa e mi lavava il sedere nel lavandino?
Da bambina pensavo che fosse un bel gesto donare, al di fuori della chiesa, i soldi della paghetta appena ricevuta dopo la consueta visita domenicale alla nonna materna, erano gli unici soldi che ricevevo ogni tanto, a parte le 10 lire per ogni dieci preso alla scuola elementare, premio di una vecchia zia quasi cieca e  che custodivo come un vero tesoro in un salvadanaio. Ho scoperto con delusione, dopo essere stata redarguita, che la nonna non la riteneva una cosa buona. Ma come! Il prete dice di donare ai poveri; ah, forse non è certo che sono poveri? Forse sono fannulloni? Ma, a proposito, perché la Chiesa predica la povertà ed è straricca e spende e spande per i suoi edifici, non credo che a Gesù Cristo interessi tutto questo sfarzo! Scusa nonna se non m’importa! Uguale principio, che per essere gentile chiamo diffidenza, l’ho trovato poi presente con stupore proprio nell'ambiente ecclesiastico dove si consiglia vivamente di non fare offerte per strada, ma di devolverle  alla Chiesa che penserà poi a ridistribuirle ai poveri. Insomma, non bisogna fare la carità agli sconosciuti! La cosa, detta così,  mi è parsa discutibile dato che mi avevano insegnato a tendere la mano ai bisognosi. Ho visto cacciare via da ambienti caritatevoli un extracomunitario che cercava un paio di scarpe perché non era orario di apertura al pubblico e perché non era del quartiere.  Ho visto allontanare ragazzi che volevano giocare a pallone dinanzi alla chiesa solo perché disturbavano le case vicine e poi bisognava pagare l’illuminazione perché era sera. Meglio farli andare al bar.
Anche questo mi è sembrata un’interpretazione della Parola molto discutibile.
Fin da piccola mi hanno insegnato che se si cammina sulla retta via, l’anima dopo la morte va in Paradiso con tutti i benefici del caso. Avevo sei anni quando improvvisamente è morto un caro zio. Ricordo che non capivo perché tutti piangessero. Dicevo: “Non piangere, adesso è ancora più felice e poi quando moriremo lo ritroveremo in paradiso”. Beata innocenza, in seguito ho imparato a piangere tanto bene che quando mi capitava di andare, per dovere di educazione, a funerali di persone che non conoscevo, mi disperavo tanto che pareva che il defunto fosse un mio caro e, più mi immedesimavo, più piangevo. 
Sono sempre sembrata timida ma coraggiosa al tempo stesso, cercavo di farmi forza perché amavo i miei genitori, ma la paura è sempre stata una costante, ma non paura per me stessa, paura di procurare dolore o danno ad altri, conosciuti o sconosciuti poco importava.
Immaginavo cose assurde, che un mio sbaglio potesse far cadere in errore qualcuno, che a causa della mia malignità, indolenza o incapacità qualcuno potesse pagare per qualcosa di cui io ero l’artefice principale, quindi il mandante. Questo pensiero limitava la capacità di scegliere quello che volevo veramente, cercavo solo  di non fare una scelta che potesse coinvolgere indirettamente altre persone da trascinare con me nel baratro, non ero sicura dell’esistenza degli inferi ma, nel caso fossero esistiti, non volevo infilarci qualcuno per colpa mia.
Nella mia testa di contestatrice però quale fosse o non fosse  “peccato” non era ben chiaro e l’insicurezza limitava ancor più i miei movimenti, la mia idea era di larga manica, ma il mio dovere era di essere restrittiva per il bene altrui.
Il senso di colpa non so chi te lo inculchi, non so se nasce con te o se dipende dall’educazione ricevuta o dal tuo vissuto. Mi è sempre piaciuto arrivare a fondo delle cose capendole, non ho mai sopportato di saper fare una cosa senza comprenderne il significato; anche questo è un limite perché se sai fare una cosa che oggi non capisci a fondo, domani se ne comprendi l’importanza la potrai utilizzare.
Difficilmente ho potuto memorizzare e fare mie cose che non capivo e per questo sono stata fondamentalmente una contestatrice. Contestare può essere segno di grande riflessione come di grande ignoranza.
Tante le domande che mi riempivano il cervello, quesiti che immagini di risolvere quando sarai grande e capirai. Perché c’è una distinzione così netta nel giudizio della gente fra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, fra il bello e il brutto, come se non esistesse in mezzo nessuna sfumatura, tanta sicurezza quando ci si rivolge ad un pubblico, ma quando la valutazione riguarda la nostra vita privata nascono tante possibilità intermedie? 
Per fortuna che questo accade, ma non è una forma di ipocrisia?
Se è vero che la sofferenza è il prezzo del nostro peccato e nello stesso tempo il prezzo per la nostra resurrezione perchè gli animali non hanno un'anima ma soffrono anche loro?
Perché il colore della pelle deve avere tanta importanza?
Perché è meglio essere bianchi e poi essere schiavi dell’abbronzatura a tutti i costi?
Quando ero bambina - a Piacenza - c’erano pochissimi stranieri, ma qualcuno veniva a studiare all’Università Cattolica. Erano senegalesi, forse benestanti dato che potevano permettersi l’università in Italia, ma erano comunque guardati “male”. Io li ammiravo e quasi li invidiavo, avrei voluto fargli capire che non li discriminavo, non mi interessava il colore della loro pelle, anzi la trovavo fantastica, lucida, vellutata.  Avrei voluto essere nera, mi sarei sentita dalla parte dei giusti, degli oppressi. 
Quando giocavo con gli amici di mio fratello volevo stare nel gruppo degli indiani, quando tutti volevano fare i cow-boys che li ammazzavano. Ricordo che a Barcellona, durante una corrida, i mei genitori sono stati costretti a tapparmi la bocca perché facevo il tifo per il toro. Quante cose non ho  capito e non capisco.
Non capisco perché le donne non possano essere valutate per quello che sono, essere donna però mi piace, non vorrei essere uomo nemmeno un minuto, così, per prova. Mi sono sempre sentita femmina anche se non mi sono mai piaciuta esteticamente parlando. Perché  le donne  devono  essere sempre sfruttate, sfruttate fino al midollo e l’uomo nemmeno se ne accorge. Non che essere donna voglia dire essere brava e intelligente e buona però portiamo nel nostro DNA il peso di tanto malcostume e ingiustizia che non ne possiamo proprio più, ma non sappiamo come uscirne. L’unica via d’uscita è l’educazione che diamo ai nostri figli, ma ci vorrà ancora tanto tempo perché le donne stesse si devono prima liberare dai condizionamenti che subiscono da sempre per poter essere delle educatrici equilibrate e serene. Non sopporto assolutamente di essere trattata come una specie da tutelare,  dobbiamo subire delle regole assurde come le quote rosa. Non vogliamo niente gratis, vogliamo conquistarcelo.
Perché il petto di un uomo che gira per strada a torso nudo non fa scandalo? Un uomo può essere grasso e pelato ed essere considerato bello. Perché se tocco la gamba di un uomo è una gamba e se un uomo tocca la mia è un approccio sessuale? In fondo il corpo è solo carne. Tieni le gambe a posto, signorina! Diceva una mia zia vedova e senza figli. Non sopportavo che s’intromettesse nell’educazione che mia madre mi dava e che mio fratello potesse tenere in quanto uomo un comportamento diverso dal mio. Non mi piacevo, ma pensavo che presi singolarmente, occhi, bocca, orecchie, non avevano niente di sbagliato, non capivo come mai, nell’insieme io mi sentissi così brutta.
A volte mi stendevo sul tappeto e stavo lì, fin che ce la facevo, senza respirare. Aspettavo che qualcuno si accorgesse di me pensandomi morta o agonizzante, ma non ha mai funzionato, era solo un gioco.
Di certo non ho mai messo in dubbio l’amore di mia madre nei miei confronti, non so che cosa volessi di più di quello che già mi dava. E mangiavo, mangiavo e ingrassavo e mi prendevano in giro bambini conosciuti e sconosciuti, mi sentivo inadeguata. Ricordo che un giorno, avrò avuto 10 anni, ho mangiato da sola una faraona alla panna e non so quant’altro. Quando ho capito che qualcosa non andava ho chiesto aiuto, volevo andare da un dietologo, ma mio padre mi ha offerto in cambio una visita psichiatrica.  Sua figlia era perfetta, forse era solo matta. Magari l’avesse fatto davvero! Mi sono aiutata da sola, ho smesso di mangiare, ma dallo psichiatra avrei dovuto andarci ugualmente perché mangiavo troppo poco.
Mi piaceva troppo il cibo e anche la vita era una sfida  cosicchè, complice lo “sviluppo” sono dimagrita, ho ricominciato a mangiare e ho iniziato a volermi non dico bene, ma di sicuro meglio. Però ero pazza lo stesso. Pazza ma perfetta perché da un genitore perfetto non può che nascere un figlio perfetto. Certo perfetta come potenzialità, ma da mio padre non ho mai ricevuto un complimento, una gratificazione o per lo meno non me ne sono accorta. 
Quando frequentavo la scuola elementare, capitava che alcune mie compagne ogni tanto andassero all’ospedale per qualche piccolo intervento. Magari fosse capitato a me pensavo...... Se mi fossero venuti a trovare avrei avuto  l’opportunità di rendermi conto se a qualcuno importava di me. Ho pregato che mi venisse l’appendicite, mio fratello aveva rischiato la peritonite e mi pareva fortunato.
La  moda cambia, ma a volte è strano. Pensate che quando ero ragazzina, e non era medioevo, i maschi andavano a scuola con i calzoni corti anche d’inverno: ora se ti presenti a scuola così ti arriva una nota sul registro “veste in modo non consono”. A volte non so se eravamo più bigotti allora o adesso.
Sono confusa, forse rientra nel problema della mia pazzia. 
Che differenza fa. Capelli lunghi o corti, barba o non barba….. ma che barba! Tutte cose inutili, solo apparenza e niente sostanza. “Papalone, te quiero mucho!” ti dicevo padre mio all’età di 2 anni, ma quando ho cominciato ad avere paura sentendo il tintinnio delle tue chiavi  mentre ti avvicinavi alla porta di casa?
Mia madre era un angelo, non ci sono molte parole per descriverla, la persona più sincera e disponibile che io abbia conosciuto, un carattere dolce, senza difetto alcuno se non quelli che lei stessa dichiarava con la sua trasparenza. Avrei voluto somigliare a lei, a lei che amava la vita e le persone come se tutto fosse bellezza, a lei che è morta a solo 53 anni.
Solo un anno in più ed anch’io avrò la stessa età e ho sempre pensato che per me è impossibile superare quella soglia perché non riesco ad immaginarmi – vecchia - fra le braccia della mia bellissima mamma. Non che non portassi amore per mio padre, lo stimavo per l’altruismo e la bontà che sapevo avere dentro, avevo riscontri tangibili, persone che mi ringraziavano per strada per la sua generosità, ma il suo carattere chiuso, esageratamente severo, me lo rendeva incomprensibile, ostile e inaccessibile. No perché no, si perché si; non è facile da accettare, così come non era facile accettare l’eccessivo nervosismo verso la mamma e verso qualsiasi cosa si facesse senza il suo preventivo consenso. 
Loro si amavano, ma io avrei voluto che si separassero per vedere la mamma libera di esprimersi, di volare come meritava. Strano no? Di solito i figli vogliono tenere i genitori uniti anche nei casi più disperati, io al contrario li volevo dividere, altro sintomo della mia pazzia? Mio padre ora è un morbido pezzo di pane.
Le manie sono state per anni il mio grande problema; paura di non aver chiuso bene la porta di casa, paura di aver lasciato il gas aperto, paura di non avere staccato la spina del ferro da stiro. Queste ed altre fobie erano alimentate dal terrore che una mia dimenticanza potesse procurare un danno grave ad altri, non potevo rischiare di arrecare un danno per mia colpa. Il senso di colpa in me era fin troppo ben radicato. Queste psicosi mi hanno tormentata per anni rendendomi la vita pesantissima, ad ogni cosa che facevo associavo un effetto potenzialmente pericoloso per ricaduta su altri.
Per la porta di casa si apriva il discorso ladri, non per quello che potevano rubare, c’era ben poco, ma per il pericolo di trovarli in casa, per il gas immaginavo già il palazzo esploso, il ferro da stiro invece la causa di un corto circuito con annessi fuoco e fiamme e così via…. Ma non solo queste eventuali dimenticanze mi ponevano problemi, anche azioni od omesse azioni.
Ormai ero grande ma i miei fantasmi continuavano a perseguitarmi. A 18 anni non volevo prendere la patente per non essere causa di inquinamento e per non rischiare di fare incidenti e fare male a qualcuno. Fortunatamente, dopo la maturità, alla prima domanda di lavoro mi dissero che se  non ero automunita, di lavorare,  non se ne parlava nemmeno, quindi mi iscrissi all’autoscuola. 
Come tante ragazze della mia età ho ricevuto insegnamenti derivanti dalla cultura cattolica. Fare domande a quei tempi non era utile, si trattava solo di ottemperare  comandamenti e rispettare  dogmi. Diciamo che per una che digeriva solo quello che capiva era già un grosso problema ma era anche acuito dal fatto che mio padre diceva che i preti non sbagliavano mai perché Dio parlava per loro tramite. Sta di fatto che nonostante contestassi tantissime cose della Chiesa, mi restavano incollate addosso  un’infinità di paure indotte da quell’insegnamento.
Mi sono chiesta un giorno quale fosse il mio ultimo desiderio prima di morire. Ero molto giovane ed ho pensato che avrei voluto provare cosa volesse dire fare l’amore….. e poi mi sono detta: "Brava! Fai una vita cercando di evitare i peccati e poi, sai che devi morire e scegli proprio il peccato che hai cercato di evitare fino ad ora per andare all’inferno in compagnia?"
E mi convinsi che era giunta l’ora di scegliere e di concedermi all’amore della mia vita, ma nonostante le precauzioni per non rimanere incinta, quando mi ammalavo, cercavo di non prendere medicine che potessero danneggiare un feto, non si sa mai!
A volte ho desiderato morire anche se non so fino a che punto, forse è una sensazione che prima o poi provano tutti, almeno per un attimo, ma comunque non rientrerebbe nelle  mie possibili opzioni far soffrire qualcuno per un procurato decesso per cui mi sono sempre tenuta salda la mia vita finchè morte naturale o accidentale ci separi. 
E’ il dolore degli altri che non riesco a sopportare, non capisco il motivo per cui la vita regala a qualcuno tanta gioia e a qualcuno tanto dolore, a volte senza mezze misure. 
Proprio perché non sopporto il dolore altrui, ho gettato nella spazzatura il diario della mia adolescenza.
Anche se con qualche problema di “pazzia giovanile” io sono fra le persone che immeritatamente hanno avuto una vita di gioia e pure questo, tanto per cambiare, mi fa sentire colpevole!
Ma la mia vita ha fatto un autentico balzo in avanti dal momento in cui all’età di circa 16 anni ho conosciuto il ragazzo con il quale sono sposat da 30 anni.
Un'accoppiata vincente, mi ha aiutata a crescere liberandomi a poco a poco dalla zavorra che mi impediva di essere me stessa, ha sciolto le catene con le quali io stessa mi ero legata.
Questa fase della mia vita è ancora in evoluzione, ci sto ancora lavorando, ma questa è un’altra storia.